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Prima insulti, imprecazioni, qualche sasso, bastoni in vista, poi un groviglio di corpi impazziti occupa l'intera scena.
L'uomo senza volto, attonito, spalle al muro, cerca di guadagnare lo strettissimo vicolo che fiancheggia San Giovanni.
Al suo fianco compare una creatura enorme che lo sospinge in quella direzione. L'uomo senza volto arretra, impressionato dall'incredibile visione di una donna alta due metri, con un cappello largo quanto il vicolo, da cui fuoriesce l'acconciatura alta da Medusa, bianca in faccia con gli occhi cerchiati di blu, i capezzoli in vista, tinti di rosso carminio, puntati su di lui all'altezza del volto, gli zoccoli altissimi, avanza come sui trampoli e sorride.
L'uomo senza volto non e' piu' sicuro di cio' che vede. Si volta e prova ad allungare il passo nel vicolo sempre piu' stretto.
In fondo, il putto lo sta aspettando. Fa ampi cenni: vieni signore, vieni, di qua.
Il putto ha dieci anni e sa quello che deve fare.
L'uomo senza volto non puo' fare altro che andare incontro a quella cascata di riccioli dorati. Quando vede la porta spalancata sul buio alla sua destra, e' troppo tardi per provare a tornare indietro. Sotto i suoi coglioni scintilla la lama che il putto punta con mano ferma.
L'uomo senza volto non e' sicuro di cio' che vede.

Il fratello del Sefardita lo prende in consegna, il freddo della lama adesso e' sul collo. Lineamenti gentili e sulla faccia quasi un sorriso. La porta viene richiusa alle sue spalle. L'uomo senza volto scende le scale strette verso la luce debole di una torcia. Avverte l'acre odore di muffa, l'umidita' che all'istante gli penetra le ossa.
L'amico fedele del Sefardita gli infila un cappuccio, lega i polsi dietro la schiena. Nessuno parla.
Lo fanno sedere su una panca malferma.
L'uomo senza volto non vede, non sente piu' scorrere il tempo. Il fratello del Sefardita dice che dovra' aspettare, le spiegazioni giungeranno al momento dovuto, non prima. Poi di nuovo silenzio.
L'uomo incappucciato ha gli arti invasi dal torpore, molto freddo, inarca la schiena, stende le gambe, inizia a essere scosso dalla fatica.
Dopo un tempo infinito tre colpi sordi dal fondo della cantina. Il fratello e l'amico del Sefardita lo prendono sottobraccio e lo sollevano, trascinandolo fino a un passaggio angusto. L'uomo incappucciato non oppone resistenza, gambe malferme, sente lo sciabordio di un'imbarcazione sull'acqua. Lo fanno salire.
Il Gobbo affonda la pertica e avvia la barca verso il dedalo di canali, protetto dal favore del buio.
L'uomo incappucciato non sa quale sorte lo attende.

Il Sefardita aspetta in una casa sicura affacciata sulla Sacca della Misericordia. L'uomo incappucciato viene sbarcato e accompagnato dentro l'abitazione. Un rapido saliscendi di scale, poi viene fatto accomodare su una poltrona.
Il Sefardita gli siede di fronte. L'uomo incappucciato annusa l'odore di sigaro e percepisce una luce tenue.
Il Sefardita ha modi gentili e idee chiare. Dice che la spiacevole condizione di prigioniero rende ogni uomo, anche il piu' forte, incapace di prevedere l'immediato destino. Se poi viene imposta a chi e' abituato a decidere dei destini altrui, si puo' immaginare l'imbarazzo che provoca. Tuttavia aggiungere qualche notizia, che contribuisca a chiarire i contorni di quanto va accadendo, puo' certamente alleviarne il peso.
Il Sefardita dice che a Venezia bisogna essere particolarmente cauti nello scegliere gli informatori. Che a Venezia quello e' probabilmente il mestiere piu' diffuso dopo il meretricio, e anzi, si puo' dire che non differisca in nulla da quest'ultimo. A Venezia gli informatori fanno presto a cambiare bandiera. Del resto una spia non chiede altro che una buona paga e la sicurezza della propria persona; chi sa offrirgliele, godra' dei suoi servigi. Per cui e' possibile che simili inconvenienti siano dovuti alle scarse remunerazioni offerte dagli inquisitori, o all'eccessiva generosita' dei loro avversari. Ed e' buffo che tali laute ricompense in questo caso
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