<A HREF="Q_secondaparte101"><</A>
spalle. Dalla pineta i rumori della foresta, fruscii e battere d'ali, che riconosce a uno a uno.
Questo lembo di terra e di mare fusi assieme e' frontiera. Contesa tra Venezia, Ferrara e il Papa e allo stesso tempo terra di nessuno, labirinto di gabelle, dazi e dogane, che ciascun signore prova a imporre su ogni sorta di merci in transito o prodotti della terra. Con l'esito di vessare la povera gente ancor piu' che altrove e far languire ogni traffico o commercio.
e' per questo che servono i contrabbandieri.
Conoscono palmo a palmo la piatta costa dal delta del Po fino oltre Rimini. Approdi di fortuna, moli in disuso, vecchi canali romani abbandonati, che danno accesso all'entroterra, vasto acquitrino paludoso che si estende per miglia e miglia sotto il tetto uniforme dei pini marittimi. Dedalo d'acqua e zanzare dove solo questi fuorilegge sanno orientarsi, disseminato di improbabili punti di riferimento, trappole, depositi ben mimetizzati.
I mercanti dalmati, ma anche veneziani, hanno tutto l'interesse a negoziare con i contrabbandieri romagnoli: niente attese estenuanti nei porti, niente tasse o balzelli, niente taglieggiamento da parte dei grassatori locali.
Buona parte dei traffici avviene al largo di queste coste, su una linea di punti invisibili in mezzo al mare, dove i mercantili incrociano i battelli dei contrabbandieri ben camuffati da pescherecci. Non e' un lavoro facile, per mare nulla e' certo: attese che possono durare ore, giorni, con qualsiasi condizione del tempo. Quando finalmente l'incontro avviene si trasborda la merce, si saldano i conti. Oppure i mercantili vengono pilotati verso approdi segreti da agili lance, si sbarca il carico sulla spiaggia, si contratta il prezzo e si conclude l'affare.
Le imboscate sono frequenti. Si rischia la vita e pene severissime.
Ma e' solo grazie a questa invisibile rete commerciale che la gente di qui non muore di inedia. Chi sceglie la vita del contrabbandiere viene dalla miseria nera, dall'odio istintivo, e ben motivato, che ciascuno in queste terre nutre verso ogni autorita'; quasi sempre si tratta di uomini su cui gia' pende ogni sorta di capi d'accusa, costretti a nascondersi nel fitto della pineta per sfuggire agli sbirri.
Non vi e' donna, anziano o contadino di qualsiasi borgo che non li protegga, anche solo con l'ostinato silenzio. Perche' una parte di quello che circola viene regolarmente distribuito tra il popolo. Questo e' l'unico dazio.
Prima che il vescovo sguinzagli i suoi esattori per riscuotere le decime sui raccolti, parte di essi viene nascosta dai contrabbandieri nei tanti depositi della foresta, per rendere meno gravosa l'imposta calcolata su tutto il raccolto e per garantire la sopravvivenza delle comunita' durante l'inverno.
Era questo che stava avvenendo un mese fa, quando giunse il drappello dei gabellieri, ogni anno sempre piu' in anticipo.
Erano Malcanto'n, Guacn e Me'lga, gli uomini che si apprestavano a trasportare il grano verso i magazzini nascosti nella palude.
Bastano una fionda e una discreta mira per conquistare la stima duratura di questa gente. Basta avere un po' di fuoco nel sangue.
Notte senza luna. Attendiamo di vedere il segnale delle torce. Mi stringo nel mantello, acqua nelle ossa, mentre Malcanto'n tiene lo sguardo fisso sul mare.
Me'lga, l'Imbroglio, e' gia' pronto con la barca, remi sullo scalmo.
Suo fratello tiene la lanterna, pronto ad accenderla in risposta.
Tambo'cc sempre con le orecchie tese verso la pineta.
Per loro questa notte segna l'inizio di un nuovo commercio, che li sorprende e li incuriosisce anche.
Non ci pensavano proprio. Ridevano. Hanno fatto molte domande. Proibiti? E perche'? Che tanto nessuno ci capisce niente.
No. Proprio non pensavano di poter fare soldi con il contrabbando dei libri.


Il diario di Q.

Roma, 1 novembre 1550

C'e' un ultimo lavoro da fare. Carafa lo ha riservato per me. Delicato e importante come gli altri incarichi. Forse di piu'. Cos importante da non poter essere svolto da alcuno
<A HREF="Q_secondaparte103">></A>