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risalire sulle mura e tornare qui senza farti ammazzare, mi dimostrerai che posso fidarmi di te.
Cos si comp il tradimento, progettato e custodito fin dall'arrivo nella citta' dei folli, gomito a gomito con loro, per oltre un anno.
Gli ultimi mesi di fame e delirio sono una macchia nera che la mente ha cancellato. Non mi sono mai voltato indietro in tutto questo tempo, quindici anni, a cercare i volti e le parole di quegli uomini. Forse perche' ho voluto nascondere a me stesso di aver anch'io vacillato, per un istante, laggiu' in quel fosso, come se la follia avesse contagiato anche me, distogliendo la mente dal compito assegnato. Forse perche' quel giorno ho rischiato di fallire miseramente, infilzato dai mercenari vescovili, che invece per qualche caso del destino scelsero di trascinarmi davanti al loro capitano.

Nei giorni successivi, dopo il massacro, il vescovo von Waldeck, tornato signore assoluto di Mnster, come trono una catasta di cadaveri, andava dicendo che quelli come me, eroi guerrieri della Cristianita', non sarebbero mai stati dimenticati, in opere ed effigie.
Sapeva di mentire, il bastardo. e' proprio di quelli come me che va smarrita ogni traccia. Gli esecutori, pronti a essere ributtati nella sentina dove nobili signori li raccolsero per affidare loro luride mansioni.
Allora pregai il mio signore, l'alfiere nero di Cristo, di portarmi via da quelle terre, da quell'orrore che aveva lacerato le mie carni e incrinato la mia fede.
Oggi e' la' che devo tornare, senza alcuna fede, a incidere le cicatrici.


Capitolo 34
Ravenna, 10 settembre 1550

Le scene della miseria sono sempre uguali. Bambini magri, cenciosi. Pance gonfie di niente, piedi scalzi. Mani piccole e luride a chiedere l'elemosina. I neonati legati con scialli dietro la schiena, per non interrompere il lavoro, le donne riempiono i sacchi di grano, piantate fino al ginocchio dentro la grande cisterna che contiene il raccolto di una stagione.
Pochi anziani, ossuti, mutilati, guerci.
La strada di fango secco fuori dalla porta meridionale. Le capanne addossate alle mura, come un'escrescenza informe della citta', e che via via si diradano verso la campagna.
Nessun uomo in vista. Probabilmente tutti nei campi, a imballare la paglia per i giacigli di quest'inverno e il fieno per il bestiame dei loro signori.
Solo tre tipi che caricano sacchi su un carro, schiene piegate e sudore.
Borgo dei Capannetti. Legno e canne maleodoranti tenuti assieme dal fango e dalle zanzare.
Spezzo il pane e il formaggio che ho nella sacca e lo distribuisco tra i ragazzini che mi si accalcano intorno. Ce n'e' di piccolissimi, che appena camminano, e di piu' grandi, intenti a scacciare con le fionde i passeri che danno l'assalto alla cisterna del grano. Uno dei piu' vispi mi regala la sua arma.
Saluto tutti con un sorriso e una benedizione. Lievi cenni del capo in risposta.
I tre uomini mi lanciano occhiate diffidenti. Tarchiati, teste grosse.
La miseria e' deforme.
Un fischio rimbalza dalle mura.
Occhi puntati sulla porta. I tre si affrettano a coprire il carro con un grande telo di sacco.
L'agitazione divampa, gli uomini imprecano inferociti.
Qualcosa sta per accadere.
Un drappello di cavalieri supera l'arcata. Ne conto una dozzina. Corazze e lance in mostra. Uno stendardo con le insegne vescovili.
Si fanno largo tra le proteste delle donne, si fermano, non riescono a proseguire, grida concitate.
Una delle donne che stavano riempiendo i sacchi, la piu' furente, fronteggia il capo del drappello.
Urlano entrambi in un latino sgrammaticato, misto al gergo di queste parti, quasi incomprensibile.
- Riscuotere la decima del grano.
- A meta' del mese.
- Sempre piu' presto.
- Non ce la facciamo piu'.
- Niente discussioni.
- Sua Signoria ha ordinato.
I tre uomini sono rimasti accanto al carro. Sguardi furtivi. Uno sale, gli altri due assicurano il telo di canapa con cinghie ben strette.
L'esattore li scorge.
Indica in quella direzione intimando qualcosa.
La donna
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