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ormai almeno un paio di miglia lontani dal fiume.
Spingo la pertica con tutta la forza, mentre penso che ero venuto a Ferrara solo per prelevare un carico. Se consento ai pensieri di soffermarsi su dove sono e cosa sto facendo, quasi mi viene da ridere, ma mi trattengo, che' dietro di me Sebastiano sputa, impreca e gronda sudore mentre percuote il fondo del fiume.
Vedo sparire davanti ai miei occhi le due imbarcazioni, come inghiottite dall'acqua. Cerco un dettaglio, un particolare sulla riva del canale per fissare il punto esatto in cui le ho perse di vista. Un albero morto, coi rami immersi.
- Piu' veloce, piu' veloce!
Le bestemmie di Sebastiano danno il ritmo alle bracciate. Ecco l'albero. Faccio cenno al Gobbo di fermarsi. Frugo la sponda opposta con la pertica, fino a scoprire un punto in cui il canneto si dirada appena. Non sembra un varco praticabile, ma non possono essere andati da nessun'altra parte.
- Dentro!
Sebastiano insiste: - Signoria, date retta, di l non si passa.
Un'occhiata al ferito. Il sangue si e' fermato, ma ha perso i sensi. L'altro barcaiolo mi guarda con determinazione e raccoglie un piccolo remo: - Andiamo.
Faccio strada alla barca scostando le canne, che si richiudono sulle nostre teste e dietro di noi. Con l'aiuto della pertica saggio il canneto palmo a palmo, poche braccia oltre la prua. Questa foresta potrebbe estendersi uniforme e compatta per molte miglia intorno a noi. Devo pensare soltanto all'invisibile sentiero d'acqua che l'attraversa, sentendo dove la vegetazione oppone meno resistenza. Procediamo cauti, in assoluto silenzio. Le canne finiscono all'improvviso. Un acquitrino si allarga fino a un piatto isolotto sabbioso.
La barca. Cinque uomini: uno assicura la zattera, gli altri quattro trasportano le due casse. Si inoltrano su una lingua di terra. I miei due rematori riprendono il ritmo, mentre raccolgo l'archibugio. Non ci hanno visti. Solchiamo rapidi l'acqua stagnante. Alza lo sguardo troppo tardi, quando gia' sto prendendo la mira. Il colpo solleva stormi di uccelli in ogni direzione. Quando il fumo si dirada lo vedo strisciare verso i compari. Una cassa viene lasciata, se lo caricano in spalla. Ci areniamo di slancio sull'isolotto. Sguaino la daga e sono il primo a balzare giu': nella melma fino alla cintola, piantato come un palo. Ho ancora voglia di ridere. Sebastiano prende terra piu' in la' e mi sradica di peso.
- Andiamo, andiamo, Signoria, stanno scappando!
All'altro barcaiolo: - Carica l'archibugio e resta di guardia alla barca.
Al piccolo trotto sulla lingua di terra. Li vediamo arrancare con la cassa e il ferito. Le bestemmie di Sebastiano sono proiettili sparati sui fuggiaschi. Ho il fiato corto e una gran voglia di ridere.
Un'altra radura allagata e piena di isolotti fitti di canne. Se corro ancora un po' mi scoppia il cuore.
Improvvisamente si fermano.
Rallento.
Sebastiano mi affianca sputacchiando. Respiro a pieni polmoni, carico la pistola. Avanziamo, sembrano armati solo di bastoni. Il ferito e' steso per terra, potrebbe essere morto. Facce luride e spaventate, stracci lerci addosso. Magri, capelli appiccicati alla testa come calotte di fango. Magri da fare impressione, piedi scalzi. Ormai siamo vicinissimi, punto la pistola, un'occhiata al poveraccio per terra: non e' svenuto, batte le palpebre. Non vedo sangue.
In quel momento, compaiono.
Un breve fruscio di canne e spuntano una trentina di fantasmi cenciosi, bastoni appuntiti e falcetti in mano.
Merda.
Tutto intorno la palude a perdita d'occhio, i miei bei vestiti, il gobbo Sebastiano appoggiato alla pertica, circondati dai selvaggi.
Dunque e' cos che doveva finire?
Questa volta rido. Rido forte, sguaiato. Rido fuori la stanchezza e la tensione. Deve stupirli non poco, perche' stringono gli arnesi al petto e indietreggiano dubbiosi.
Dal fitto della vegetazione, sale un trambusto. La sagoma svetta su tutte le altre. Un saio coperto di fango, due legni legati gli pendono dal collo a formare un crocefisso. Stringe 
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