<A HREF="Q_secondaparte074"><</A>
nelle catacombe in cui mi muovo ogni giorno e ogni notte da sempre. Una quiete che mi porta oltre questo inverno, oltre tutti gli inverni. Non cio' che devo fare, ma cio' che potrebbe essere.
Con questa donna, diversa da ogni donna che ho conosciuto.
Il suo fiammingo che nessun fiammingo saprebbe cantare, libero d'ogni asperita', fatto di sibili, lunghe vocali e fonemi per me inauditi. Echi di diverse lingue nordiche e romanze portati ora dal grecale ora dal libeccio, giunti da levante e da ponente per risuonarmi lungo la spina dorsale. Forse un giorno tutti gli uomini e le donne, ai quattro angoli del continente, moduleranno queste note, quieta cantilena pan-europea, polifonica, ricca di mille varianti locali.
Il suo sorriso. Sola. Sola qui con me. La Regina Madre della dinastia dei Miquez, che tratta con aristocratici e mercanti, protegge gli artisti e gli studiosi. Una regina in una citta' di lenoni e cortigiane. I poeti di cui e' mecenate le dedicano le loro opere. Sfoglio il libro di un certo Ortensio Lando: Alla molto illustre et honoratissima Beatriz de Luna. La sua risata, non imbarazzo ma divertita commiserazione.
Mi chiede del Caratello, della sua gestione, le ragazze. Si siede di fianco a me. Questa donna che non e' ansiosa di conoscere cio' che sono stato, sapere quali e quanti fiumi di sangue ho guadato. Questa donna a cui non importa dei miei tanti nomi. Questa donna curiosa di me adesso. Di me ora. Questa donna che ora mi parla della mia umanita', che dice di sentirsi sfidata da me, di poter avvertire la mia umanita' sotto la corazza che indosso da troppo tempo, sotto la materia refrattaria in cui ho trasformato la mia pelle per non essere ferito ancora.
Un altro sorso di vino.
Questa donna. Questa donna che mi vuole.
Beatrice.
Cio' che potrebbe essere.
Ora.


Capitolo 26
Delta del Po, 26 febbraio 1548

Lungo il braccio del Po che collega Ferrara alla costa, con cinquecento copie del Beneficio di Cristo caricate sulle due imbarcazioni messe a disposizione dagli Usque. Il sole e' alto sulle acque limacciose, scrutate dagli uccelli a caccia di cibo sopra le nostre teste e negli anfratti del fiume. Il freddo umido ci intirizzisce, sotto le pesanti cappe di lana.
Me ne accorgo troppo tardi.
La barca che trasporta la prima meta' del carico ha uno scarto repentino davanti alla nostra: la prua a destra per evitare la zattera spuntata improvvisamente dalle canne verso il centro del fiume. Alle mie spalle l'imprecazione del timoniere. In un attimo il barcone sparisce in un canale secondario, l'imboccatura invisibile per la fitta vegetazione. La zattera subito dietro, a bordo tre sagome ricurve.
D'istinto imbraccio l'archibugio, cerco di prendere la mira, ma sono gia' spariti. Al timoniere: - Seguiamoli!
Una virata brusca, per non restare indietro. Si odono grida e tonfi nell'acqua, ci infiliamo nello stretto canale, solo per imbatterci nell'annaspare confuso dei due barcaioli. La zattera e la barca si stanno allontanando. Li tiriamo a bordo. Uno perde sangue da una tempia, la testa mezza fracassata.
- Non perderli!
Sebastiano il Gobbo impreca e pianta la lunga pertica sul fondale, spingendo avanti.
Mentre avvolgo la testa del ferito con un panno, mi rivolgo all'altro superstite: - Chi cazzo sono?
Risponde in un fiato: - Banditi, don Ludovico, un'imboscata. Banditi senza Dio. Guardate come l'hanno ridotto!
Impugno anche io una pertica, dritto a prua, solcando un'ansa sconosciuta. La voce cavernosa del barcaiolo dei Miquez: - Peggio di un labirinto, Signoria. Palude e serpenti, per miglia e miglia. Nessuno ritorna.
Protesto: - C'e' piu' di meta' del carico su quella barca. Non ho alcuna intenzione di perderlo.
Intravedo la poppa della barca, non viaggiano troppo veloci, forse non si aspettano di essere inseguiti. Ancora un'ansa a sinistra e poi di nuovo l'imboccatura di un canale strettissimo ci fa perdere l'orientamento. Mezzogiorno, il sole a picco, l'orizzonte inaccessibile: nessun punto di riferimento. Siamo
<A HREF="Q_secondaparte076">></A>