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una sirena tatuata sulla spalla.
La ragazza ha detto anche che giocherellava in continuazione con i dadi, ne aveva sempre uno in mano, perche' gli piaceva scommettere e diceva che piu' toccava i dadi piu' la fortuna restava vicina.
La ragazza piangeva. Perche' un taglio come quello, quando si rimargina, lascia una cicatrice bianca e lunga, che nei giorni freddi diventa violacea e sembra una malattia.
Piangeva mentre lo raccontava, anche se e' successo quattro giorni fa, perche' ha il viso rovinato per sempre.
Gli occhi di Demetra erano di ghiaccio. Ci si poteva leggere dentro il rimprovero, quasi un'accusa: io non c'ero e lei non aveva potuto fare niente. Il giovane Marco avrebbe potuto prendersi una coltellata, ma a cosa sarebbe servito?
Tra i singhiozzi la ragazza ha detto che il tizio parlava strano, no, non un accento come il mio, diverso, greco forse, o slavo. No, non l'aveva picchiata, solo il coltello, ma credeva la volesse ammazzare, e diceva che se urlava la sgozzava come un agnello.
Non ho detto niente. Credo davvero di non aver detto una parola. Ho incrociato gli occhi di Demetra e mi e' bastato.
Quello che dovevo fare.
Un greco a cui piace giocare.
Non ricordo di aver percorso a piedi la citta'. Ma l'ho fatto, perche' al rintocco ero davanti alla bisca del Moro con gli occhi piantati in faccia al gigante sulla porta.
- Di' al Moro che il Tedesco lo vuole vedere.
Golia deve aver sogghignato, o forse era un'espressione naturale, prima di infilarsi nella porticina.
Ho aspettato finche' il pertugio non si e' riaperto e i denti bianchi del Moro hanno riflesso la luce della lanterna.
Il sorriso di un pescecane.
Nessuno ha sentito la mancanza dei convenevoli: - Un greco, forse un dalmata, gli piace giocare ai dadi, veste elegante e ha un tatuaggio sulla spalla, una sirena. Ha sfregiato una delle mie ragazze.
Il Moro non ha battuto ciglio, ma il suo sguardo diceva che la notizia era arrivata anche a lui: - A una condizione, Tedesco. Pago gli sbirri per essere lasciato in pace: la faccenda la sbrighi fuori di qui. E il tuo pugnale lo lasci a Kemal.
Ho annuito, sfilando la lama dalla guaina e consegnandola al gigante. Il Moro si e' fatto da parte con un gesto d'invito.
La saletta era silenziosa, solo il rumore dei dadi che rotolavano sui tavoli e imprecazioni sommesse.
Le razze del mondo si erano date appuntamento la' sotto. Tedeschi, olandesi, spagnoli azzimati, turchi e croati impegnati nel segnare punteggi su lavagnette appese alle pareti. Niente vino o acquavite, niente armi: il Moro previene i guai.
Li ho passati in rassegna uno per uno, concentrandomi sulle mani. Mani esplicite, in grado di raccontare storie, dita mancanti, guanti portafortuna, anelli valutati sul posto e messi sui tavolo.
Poi ho visto il dado che roteava nella destra, un piccolo oggetto d'osso che scorreva tra le dita, avanti e indietro, ogni volta che la sinistra si apprestava a lanciare.

Non deve essersi accorto di niente finche' non ha sentito il selciato sulla guancia.
Qualcuno gli teneva il braccio dietro la schiena e intanto gli scopriva la spalla sinistra.
Ha imprecato nella sua lingua, mentre i dadi d'avorio gli rotolavano fuori dalla tasca insieme alla fortuna.
Poi ha potuto soltanto urlare e vedere la lama tranciargli di netto le dita della mano.
Le hanno ritrovate all'alba i venditori di pesce, inchiodate a una a una alle transenne del mercato.
A Venezia sono di nuovo don Ludovico il Tedesco. E devo occuparmi degli affari del bordello.


Capitolo 23
Venezia, 12 febbraio 1547

Miquez e Perna sono a Milano.
Il Tedesco ha fatto capire a tutti che non e' il caso di scommettere contro di lui.
Tiziano si e' fatto notare in tre diverse occasioni. A Ferrara ha perfino incontrato la principessa Renata di Francia, amica degli esuli e interessatissima al Beneficio di Cristo. L'anabattista ha fatto colpo.
Posso essere soddisfatto, ma non basta. Sto pensando a un secondo giro. Treviso, Asolo, Bassano e Vicenza, per poi tornare a Venezia. 
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