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e piante sconosciute. Gli oggetti raccontano di un interminabile vagabondaggio: tappeti, porcellane, mobili, tessuti, dalle propaggini africane che sfiorano la Spagna e il Portogallo, alle porte d'Oriente, al Turco che lambisce l'Adriatico e si incrocia qui con le forme moresche iberiche. Una miscela bizzarra e originale. Croci greche ed enormi crocifissi in argento spagnoli, ma anche candelabri a sette braccia e teche contenenti rotoli di pergamena e monete, che sembrano provenire dai sepolcri dei profeti della Bibbia.
Vengo fatto accomodare in un ampio patio, affacciato sul giardino. Joo Miquez apre con cautela una scatola di legno e mi offre un sigaro. Non riesco a trattenere un moto d'entusiasmo e di piacevoli ricordi.
- Fa piacere incontrare una persona che sa apprezzare gli aromi delle Indie.
Un'ombra improvvisa copre i pensieri.
- Don Joo, nella mia vita ho conosciuto poco lo sfarzo e il lusso e ho sempre dovuto affidarmi all'intuito -. Uno sguardo intorno. - A occhio e croce siete uno degli uomini piu' ricchi di Venezia. Venite a cena nel mio bordello, mi salvate la vita e mi invitate a casa vostra. Perche'?
Un sorriso disarmante, annuisce: - Finalmente una reazione da tedesco -. Mi versa un dito di vino in un piccolo bicchiere di cristallo. - E se non fosse che e' cos che vi chiamano, avrei fatto fatica a crederlo. Sapete, quando si arriva in una nuova citta' decisi a non stare con le mani in mano, bisogna capire in fretta quali opportunita' si prospettano e chi vale la pena incontrare -. Mi lancia un'occhiata allusiva. - I vostri conterranei li chiamano affari. Io le chiamerei affinita' che rendono la vita piu' sapida, aprendo interessanti prospettive.
Lo interrompo: - Siete sicuro che un improvvisato tenutario di bordello sia quello che cercate?
- Un tedesco arriva a Venezia dalla Svizzera. Ha un passato per lo piu' ignoto, una considerevole fortuna accumulata verosimilmente nei porti del Nord, frequenta i librai e gli stampatori locali da pari a pari, sa tenere a bada le teste calde e apre il bordello piu' bello della citta'. In piu' porta il nome di un eretico che ho visto bruciare fuori dalle mura di Anversa: Lodewijck de Schaliedecker, meglio conosciuto come Eloi Pruystinck.
Il sangue pulsa all'impazzata. Non devo perdere il controllo. Un respiro profondo: soffio fuori la tensione.
Lo guardo fisso: - Come pensate debba continuare questa conversazione?
Gli occhi neri contrastano con i denti candidi lasciati appena intravedere: - Siamo tutti mercanti e fuggiaschi. Non abbiamo bisogno di convenevoli.
- Su questo siamo d'accordo. E allora ditemi chi siete.
Si accomoda sulla sedia, rilassato, il sigaro in una mano, il bicchiere nell'altra: - La mia fuga e' cominciata vent'anni prima che io nascessi, quando nel 1492 i Cattolicissimi Ferdinando e Isabella, sovrani d'Aragona e Castiglia, decisero di saldare il debito smisurato contratto presso i banchieri giudei, scatenando contro di loro l'Inquisizione. I miei avi dovettero fuggire in gran fretta la prima volta, riparando in Portogallo, dove, per ovvia convenienza, abbracciarono la fede cristiana, mettendo in salvo il patrimonio. Nacqui a Lisbona nel 1514 e mia zia, Beatriz de Luna, quattro anni prima di me. Eravamo ricchi e tra le famiglie piu' rispettate del Portogallo. Mia zia, donna Beatrice, che presto conoscerete, incrocio' le sue fortune con quelle del banchiere Francisco Mendez, poco prima del '30. In pochi anni la storia si ripete': i monarchi portoghesi, drammaticamente sprovvisti di denaro, vararono l'Inquisizione e la scatenarono contro i Giudei per acquisirne le proprieta'. Ma eravamo pronti, lo eravamo da quarant'anni: mia zia rimase vedova ed erede delle fortune dei Mendez, mentre gia' ci apprestavamo a lasciare per sempre il Portogallo. Era il 1536 quando raggiungemmo i Paesi Bassi.
Una pausa. Alza le spalle: - Joo Miquez, Juan Micas, Jean Miche, Giovanni Miches, o Zuan, come mi chiamano qui. Il mio nome ha tante versioni quanti sono i paesi che ho
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