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dell'Inquisizione in mezzo. Non vi sto chiedendo di sposare gli autori di questo libro, ma soltanto di aiutarli a renderci la vita piu' facile, forse anche a salvarcela, capito?
Di nuovo silenzio, soltanto il fuoco e un carro che passa in strada cigolando. L'italiano sa il fatto suo, dispensa buoni argomenti. Mesce il vino e mi offre il bicchiere. Un sospiro, poi in tono quasi fraterno: - Amico mio, volete davvero trascorrere il resto dei giorni a Basilea? Davvero non vi vengono a noia le discussioni infinite di questa gente? Siete uomo d'azione, lo dicono le vostre mani e il vostro sguardo.
Sorrido appena: - Cos'altro vi dice il mio sguardo?
Voce bassa: - Che non v'importa piu' molto dello scorrere degli eventi, ma ancora riuscite a farvi affascinare da un paesaggio sconosciuto. E che proprio per questo potreste imbarcarvi nell'impresa. Altrimenti non sareste venuto da me, o sbaglio?
Perna e' un uomo singolare, materiale e gretto, ma allo stesso tempo acuto e raffinato conoscitore d'uomini. Unisce la sapienza dottrinale a un senso concreto delle cose: una commistione che ho incontrato raramente nella vita.
Deglutisco il vino, il gusto forte mi riempie la bocca. Lo lascio continuare, ho appreso che non e' facile frenare la sua lingua.
- Avete conosciuto le lettere e le armi. Avete combattuto per qualcosa in cui credevate e avete perso la causa, ma non la vita. Capitemi, parlo del senso della vita che accomuna gente come me e voi, l'incapacita' di fermarsi, di accomodarsi in qualche buco, in attesa della fine; l'idea che il mondo non e' che una grande piazza su cui si affacciano i popoli e i singoli uomini, dai piu' scialbi, ai piu' bizzarri, dai tagliagole ai principi, ciascuno con la sua insostituibile storia, che racconta gia' la storia di tutti. Voi dovete aver conosciuto la morte, la perdita. Forse c'e' stata una famiglia, da qualche parte, lassu' nelle terre del Nord. Sicuramente molti amici, persi per la strada e mai dimenticati. E chissa' quanti conti da saldare, destinati a rimanere aperti.
La luce del fuoco gli illumina mezza faccia, lo fa assomigliare a una creatura fiabesca, uno gnomo saggio e intrigante al tempo stesso, o forse un satiro, che ti sussurra segreti all'orecchio. I suoi occhi piccoli guizzano insieme alle fiamme.
- Di questo sto parlando, capito? Dell'impossibilita' di fermarsi. Non e' giusto. Non lo e' mai. Avremmo dovuto fare altre scelte, tanto tempo fa, oggi e' troppo tardi. La curiosita', quella insolente, caparbia curiosita' di sapere come va a finire la storia, come si concludera' la vita. Di questo, di nient'altro si tratta. Non sono mai soltanto i guadagni a menarci per il mondo, non e' mai soltanto la speranza, la guerra... o le donne. C'e' qualcos'altro. Qualcosa che ne' io ne' voi potremo mai descrivere, ma che conosciamo bene. Anche adesso, anche nel momento in cui vi sembra d'esservi allontanato troppo dalle cose, in voi cova la voglia di conoscere il finale. Di vedere ancora. Non c'e' piu' niente da perdere, quando s'e' perso gia' tutto.
Un sorriso distaccato deve essermi rimasto inciso sulla faccia per tutto il tempo. Eppure nasce dalla sensazione di stare ascoltando il consiglio di un vecchio amico.
Mi tocca il braccio: - Io domani parto per Milano, vado a vendere i libri di Oporinus laggiu'. Mi dovro' trattenere per un po' per sbrigare alcuni affari che ho lasciato in sospeso. Dopodiche' mi muovero' verso Venezia. Se la mia proposta vi alletta, l'appuntamento e' alla libreria di Andrea Arrivabene, all'insegna del pozzo, ricordatevi questo nome... Perche' ridete?
- Niente, pensavo alle coincidenze della vita. Del pozzo, avete detto?
- Proprio cos -. Mi guarda perplesso.
Vuoto il bicchiere. Ha ragione: quarantacinque anni e piu' niente da perdere.
- Non preoccupatevi, ci saro'.


Lettera inviata a Roma da Viterbo, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 13 maggio 1545.

All'illustrissimo e reverendissimo signore mio Giovanni Pietro Carafa in Roma.
Signore mio onorandissimo, scrivo alla
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