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porte al vescovo? Significava condannare la citta' a morte. Non se la sono sentita. Qualcuno ha liberato il re e due ore dopo le loro teste sono rotolate nella piazza.
Peter Adrianson raccoglie la vecchia spada con cui ha combattuto sulle barricate a febbraio. Sulla faccia i solchi della stanchezza scacciata.
- Fammelo ammazzare, Capitano.
Mi alzo. Quello che resta da fare.
- No. Tua moglie e tuo figlio non saprebbero che farsene di un martire.
- Deve pagarla.
Mi rivolgo a Greta: - Raccogli la vostra roba. Ve ne andate stanotte.
Adrianson stringe l'elsa accecato: - Ci ha fottuti, non puo' passarla liscia.
- Porta i tuoi lontano da qui. e' il mio ultimo ordine, Peter.
Vorrebbe piangere, si guarda intorno: la casa, gli oggetti. Me.
- Capitano...
Greta e' pronta, il figlio in braccio, avvolto in una coperta. Vorrei che Adrianson avesse la sua forza in questo momento.
- Andiamo -. Lo trascino per un braccio, usciamo sotto il diluvio, faccio strada. Rasentiamo i muri lungo il percorso che sembra interminabile.
A una svolta la moglie di Adrianson trasalisce.
D'istinto la mano alla spada. Due sagome basse sotto i cappucci.
Una regge una lanterna. Si avvicinano, passi corti nel fango.
La luce viene alzata verso i nostri volti. Intravedo occhi giovani, guance lisce. Non piu' di dieci anni.
Un brivido.
La bambina punta l'indice sul fagotto che Greta tiene stretto al seno. Un dito piccolo e bianco.
Terrore negli occhi della donna. Scosta il lembo della coperta e mostra Hans, intirizzito dal freddo.
L'altra non mi toglie lo sguardo dalla faccia.
Occhi azzurri. Ciocche bionde che grondano pioggia.
L'indifferenza altera di una fata.
Puro orrore.
L'istinto di schiacciarla. Di uccidere.
Il cuore a tamburo.
Passano oltre.

Alla Ludgeritor.
Hanno scaricato i nostri carri, gli animali sono stati riparati sotto una tettoia.
- Altola'! Chi siete!
- Capitano Gert dal Pozzo.
Mi avvicino, in modo che possa riconoscermi. Hansel, il volto spettrale della fame.
- Riattacca i cavalli a uno dei carri.
Incerto: - Capitano, mi dispiace, non puo' uscire nessuno. Indico il fagotto che Greta stringe al seno.
- Il piccolo ha il colera. Vuoi far scoppiare un'epidemia?
Terrorizzato, corre a chiamare i compagni. I cavalli vengono riattaccati.
- Aprite la porta, svelti!
Spingo Adrianson sul carro, cacciandogli le redini in mano:
- Fila piu' lontano che puoi.
Le sue lacrime si mescolano alla pioggia che gronda dal cappuccio: - Capitano, io non ti lascio qui...
Gli stringo forte l'orlo del mantello: - Non rinnegare mai a te stesso cio' per cui hai combattuto, Peter. La sconfitta non rende ingiusta una causa. Ricordalo sempre. Vai adesso.
Colpisco forte il culo del cavallo.

***

Non sento piu' la pioggia. Il fiato mi precede sulla strada che porta alla piazza della Cattedrale. Nessuno. Come se fossero tutti morti: un unico muto cimitero.
Il palco e' ancora a ridosso della chiesa, ma adesso ci campeggia un pesante baldacchino che copre il trono. Sotto, e' inciso a chiare lettere il nome del luogo in cui le menti di questa gente hanno deciso di migrare: IL MONTE DI SION.
Passo oltre, finche' il rumore e la luce della festa mi raggiungono dall'alto, dalle finestre della casa che fu del signore Melchior von Bren.
Ho trovato la corte del Re Giullare.

Ha la corona in capo.
Ha il mantello di velluto.
Ha lo scettro in mano, una sfera sormontata da una croce e due spade gli pende dal collo. Ha un anello per ogni dito, la barba curata in ogni riccio, le gote arrossate, innaturali, come un cadavere imbellettato.
Siede al centro della tavolata, sistemata a ferro di cavallo, ingombra di mucchi d'ossa spolpate, ciotole colme di grasso d'oca, bicchieri e boccali con resti di vino e di birra. La ghigna immobile di un maialino allo spiedo campeggia in mezzo alla sala. Alla destra del re, la regina Divara, vestita di bianco, piu' bella di quanto potessi ricordarla, una ghirlanda di spighe a fermarle i capelli. Alla sinistra un piccoletto rincagnato:
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