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a Matthys adesso, - l'attesa non puo' che essere breve. Le tenebre stanno gia' diradandosi e la vera luce gia' risplende. Giovanni ci dice: Non amate il mondo, ne' le cose del mondo! E cosi' Paolo. Dobbiamo guardarci dalla superbia in questo momento critico, essere umili e aspettare, fratello, aspettare e soffrire mantenendo salda la pace dentro di noi -. Uno sguardo sui nostri volti. - Sara' presto. Questo e' certo.
Matthys: occhi acuminati, sembra non respirare: - Ma l'ora e' giunta! e' adesso! Adesso Cristo ci sta chiamando a muoverci! Non domani, non l'anno prossimo, ora! Abbiamo parlato tanto del ritorno del Signore da non accorgerci che esso e' gia' qui, sta succedendo, fratelli, e se non ci metteremo in marcia il Regno ci sfuggira' senza che noi ce ne accorgiamo, troppo presi dai nostri trattati di teologia! - Corre alla finestra, quando la spalanca sui sobborghi di Amsterdam, un brivido mi scorre lungo la schiena. - Cosa aspettiamo ad abbandonare Babilonia, questo bordello di mercanti, e a marciare la' fuori!? Chiamiamo all'adunata il popolo degli eletti e combattiamo la battaglia armati della Parola del Signore!
Hofmann arranca, sconvolto: - Queste idee finiranno con lo scatenare una guerra civile! E non e' a questo che siamo stati,chiamati!
Gli occhi di vetro di Matthys sono fissi, assassini, la risposta e' pronta, il sibilo di un serpente: - Questo lo hai deciso tu.
Le due fazioni esplodono, sono ormai nette e divise, volano insulti, e anche qualche sputo ben mirato. Cerco di mettere calma tra i nostri, senza accorgermi che lo sguardo compassionevole di Hofmann si e' posato su di me, su quello che proprio non pensava di trovare dalla parte opposta. Forse cerca aiuto, chiede che io faccia ragionare Matthys, in nome del nostro sodalizio strasburghese.
- Fratello, almeno tu, parla a questi folli. Non sanno quello che dicono.
Ho soltanto poche parole di commiato: - Lascia parlare la follia e la disperazione: questo e' quello che abbiamo nel nostro sacco.
Lo spengo del tutto. Resta li', rabbuiato nella crepa che lo ha inghiottito. Sa che il fuoco di Enoch incendiera' la pianura.


Capitolo 21
Leida, 20 settembre 1533

- Ecco, la strada che cercate e' la prima sulla destra. Da qui non potete sbagliare.
Il ragazzino che ci ha accompagnato si ferma in attesa di qualche spicciolo e indica una viuzza in fondo all'isolato. Sembra quasi paralizzato. Un sussurro a occhi bassi: - La mamma lavora li', non vuole vedermi da queste parti.
Apre la mano per accogliere le monete. Jan Matthys non si scompone: - La tua ricompensa e' grande nel cielo, - sentenzia con solennita'.
- Ma intanto, - aggiungo cacciando un fiorino dalla borsa, - un misero anticipo terreno non potra' farti male.
Il biondino schizza via regalandoci il lampo di un sorriso sdentato, mentre Jan Matthys cerca di guardarmi con disappunto, senza riuscire a trattenere una risata: - Fin da piccoli bisogna abituarli all'urgenza del Regno, non credi?
Forse e' proprio la mamma della nostra piccola guida a darci il benvenuto nel vicolo. Bionda come lui, gli occhi chiari marcati di nero, appoggia le tette sul davanzale sbrecciato di una finestra al secondo piano. Le teste non fanno in tempo a voltarsi per osservarla, che sentiamo dietro di noi lo schioccare acuto di una decina di baci affidati al vento. Come nella galleria di ritratti di una qualche nobile famiglia, i busti generosi delle prostitute di Leida ci affiancano a destra e a sinistra, appesi a diverse altezze sui muri a graticcio delle case.
Benche' distratti da una simile accoglienza, non impieghiamo molto tempo a individuare il portone verde che stiamo cercando. e' l'ultimo edificio del vicolo, all'angolo con un ponticello senza ballatoio che si inarca a scavalcare uno dei tanti canali sul Reno.
Matthys, alto e allampanato, e' raggiante. Sulle scale che ci conducono al primo piano, mi batte la mano sulla spalla e annuisce col capo: - Tra le puttane e i magnaccia, Gert!
- E tra gli ubriachi di un'osteria, - aggiungo
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