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denunciando l'attaccamento ai beni terreni e chiedendo che gli Anabattisti potessero utilizzare una chiesa cittadina. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Bucero fece pressioni fortissime sul Consiglio per farlo espellere dalla citta'. A Pasqua gli arrivo' l'ingiunzione di lasciare Strasburgo. Se non avesse obbedito se lo sarebbero fatto con tutti i pantaloni.
Anche per me l'aria era diventata pesante. Cellario non poteva piu' proteggerci dall'ira di Bucero e Capitone: fu sincero con me, consapevole che mi avrebbe perso di nuovo, questa volta forse per sempre. Era il destino che mi ero scelto, il vecchio Martin non poteva farci niente. Lo abbracciai ancora e lo salutai, come avevo fatto anni prima a Wittenberg per mettermi alla ricerca di un maestro e di una nuova sorte. Vecchio amico, chissa' dove si sara' cacciato: ancora a Strasburgo o in qualche nuova universita' a discutere di teologia.
Alzo le spalle e scaccio la tristezza. Eloi attentissimo vuole sentire il finale.
- Avevo deciso di andare con Hofmann. A Emden, nella Frisia orientale. La Germania del sud era una partita persa, una landa desolata che abbandonavo volentieri ai lupi e a Lutero. Dai Paesi Bassi erano stati espulsi in molti per la loro professione di fede: gente nuova, molto meno attaccata al saio di Lutero di quanto non lo fossero quelli di Strasburgo. C'era fermento, era il posto in cui potevano accadere le cose. Avevo il cavallo giusto: il mio Elia svevo che profetizzava l'avvento imminente di Cristo e predicava contro i ricchi. Era un lasciapassare un po' difficile da gestire, ma abbastanza entusiasta per riuscire a riscuotere successo.
- E Ursula?
Un attimo di silenzio gli consente di pentirsi della domanda, ma e' tardi. Sorrido ancora al ricordo di quella donna.
- La stagione passo'. Per lasciar posto a un nuovo anno.


Capitolo 16
Strasburgo, 16 aprile 1530

Le esplodo dentro, senza riuscire a trattenere l'urlo che si mescola al suo. Il piacere squassa il corpo fino a torcermi come un ramo secco nel fuoco. Scende su di me, madida, l'onda nera dei capelli mi avvolge, l'odore degli umori sulla bocca, sulle mani, il seno contro il petto. Si stende accanto, bianca e stupenda: ascolto il suo respiro rallentare. Mi prende la mano, in un gesto che ho imparato ad assecondare, e l'appoggia tra le cosce, a raccogliere in una sola presa delicata il sesso che ancora si contrae. Ursula e' qualcosa che non provero' mai piu': e' Melancolia, un'incisione nell'anima e sulla carne.
Le travi del soffitto raccolgono lo sguardo immobile. Non ho bisogno di dirle nulla, anche adesso sa tutto, piu' chiaro e limpido di me.
- Hai deciso di partire con lui.
- A Emden, su a nord. Hofmann dice che lassu' si radunano i profughi dall'Olanda. Si preparano grandi cose.
Si gira sul fianco, verso di me, concedendomi gli occhi brillanti: - Cose per cui vale la pena morire?
- Cose per cui varra' la pena vivere.
Il suo indice percorre il mio profilo storto, la barba rossa, scende sul petto, si ferma su una cicatrice, poi sulla pancia.
- Tu vivrai.
La guardo.
- Tu non sei come Hofmann: non ti aspetti niente. Hai negli occhi una sconfitta, disperata, ma non e' la rassegnazione che ti affligge. e' la morte. Gia' una volta hai scelto la vita.
Annuisco zitto, sperando che mi stupisca ancora.
Sorride: - Ogni essere segue il suo destino nel ciclo del mondo: il tuo e' vivere.
- Questo lo devo anche a te.
- Ma sai che io non verro'.
e' tristezza o commozione, le parole mancano.
Sospira serena: - Melancolia. Cosi' mi chiamava mio marito. Era un medico, un uomo coltissimo, anche lui amava la vita, ma non come te, lui ne amava i segreti, voleva cogliere il mistero della natura, delle pietre, delle stelle. L'hanno bruciato per questo. Una moglie fedele forse avrebbe seguito la sua sorte. Io invece sono scappata: ho scelto di sopravvivere -. Mi accarezza il volto. - Anche tu. Seguirai la tua stella.


Capitolo 17
Anversa, 10 maggio 1538

L'orto e' pronto. Tutti si complimentano con me.
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