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sono proprio io. Ma dimenticati il mio nome se non vuoi fare un favore agli sbirri. Ride felice.
- Come devo chiamarti? Redivivo? Il Risorto?
- Per due anni sono stato Gustav Metzger. Oggi sono Lucas Niemanson, mercante di tessuti. Domani, chissa'...
Continua a fissarmi esterrefatto. e' difficile per tutti e due trovare le parole, scegliere un inizio. Allora rimaniamo cosi', in silenzio, per un tempo infinito, ripensando a tutto quanto. In questo pomeriggio Mhlhausen e' un'isola lontana dal mondo e dalla vita, in cui forse un giorno siamo giunti cercando la via del Signore. Da luoghi lontani e alla volta di destini diversi.
- Solo tu?
La voce e' greve e impastata di memorie.
- Si'.
Abbassa la testa, a ripescare un volto, una figura, un grido d'euforia e di speranza che riecheggia ormai lontanissimo.
- Come?
- Fortuna, amico mio, fortuna e forse un briciolo della bonta' divina che ha voluto assistermi. E tu?
Gli occhi sbarrati nel ricordo, come se facesse fatica, come se parlasse di quando era bambino: - Ci impantanammo dalle parti di Eisenach. Ero riuscito a reclutare un centinaio di uomini e a recuperare una spingarda. Ma ci imbattemmo in una colonna di soldati, che ci costrinse a riparare in un villaggio di cui non ricordo nemmeno il nome -. Solleva lo sguardo su di me. - Mi dispiace, non ce l'ho fatta. Non vi sono stato di alcun aiuto.
Sembra piu' amareggiato di me. Penso a quante volte in questi due anni deve essersi rimproverato l'impotenza di quel giorno.
- Sareste stati solo altra carne da macello per i cannoni. Eravamo ottomila e non so di nessuno che si sia salvato.
- Eccetto te.
Sorrido storto e cerco l'ironia della sventura: - Qualcuno doveva pur raccontarlo.
- Ce l'hai fatta. Questo e' quello che conta.
- Abbiamo perso tutto.
I suoi occhi ridono, di una saggezza che non ricordavo: - Non conosci forse qualcosa per cui valga la pena perdere tutto?
Una smorfia divertita e' tutto quello che riesco a offrirgli. Ma so che ha ragione e che vorrei avere la stessa leggerezza, per soffiare sul passato.
Si fa serio, il tempo di riflettere non gli e' mancato: - Quando ho saputo che avevano giustiziato Magister Thomas e Pfeiffer, anch'io ho pensato che fosse finita. Dicono che nelle rappresaglie dopo Frankenhausen siano state uccise oltre centomila persone. Sono scappato, mi sono imboscato e ho cercato di mettere in salvo la pelle. Per mesi non ho dormito nello stesso letto due notti di fila. Ma non ero solo, no, la speranza di ricontattare i fratelli nelle altre citta', tutti gli amici e i colleghi dell'universita'. Questo mi ha tenuto in vita, mi ha dato la forza di non sedermi per terra e aspettare l'ultimo colpo. Se mi fossi fermato, adesso non sarei qui ad accoglierti.
Ci spostiamo fuori, nel cortile che e' dietro la casa, dove razzolano alcuni polli spennacchiati e due pelli di cervo si seccano al sole come vecchie vele logore.
Tocca a me raccontare: - Io mi sono seduto. E sono morto. Sono rimasto sottoterra due anni interi, a spaccare legna e ascoltare gli sproloqui dell'unico pazzo che mi ha dato ricovero: Wolfgang Vogel.
- Vogel! Dio Santissimo, ho saputo che l'hanno giustiziato qualche mese fa.
- Per poco non ho fatto la stessa fine.
Sibila tra i denti preoccupato: - Come vi hanno rintracciato?
- Hanno intercettato uno dei compagni di Hut mentre scendeva a sud per cercare qualche scampato. Immagino che lo abbiano torturato e costretto a fare tutti i nomi. Vogel doveva essere uno di quelli e se l'e' dovuta dare a gambe. E io con lui. Dei segugi del cazzo. Ci hanno inseguito per due giorni interi, finche' non abbiamo deciso che era meglio dividerci. Io ce l'ho fatta, lui no. Ed eccomi qui.
Mi guarda storto: - Tu devi avere una buona stella, amico mio.
- Mmh. Sono tempi in cui sarebbe meglio avere una buona spada.
L'aria e' fresca, i rumori della citta' ci raggiungono attutiti. Ci sediamo sul ceppo della legna. L'intimita' di chi e' sopravvissuto fonde i pensieri e le parole escono placide e quasi distanti, come il
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