<A HREF="Q_primaparte057"><</A>
fare per reprimere questi sedotti da Satana, che proprio il mese scorso si erano dati convegno qui ad Augusta per un sinodo generale. Fortunatamente in pochi giorni quasi tutti i loro capi sono stati imprigionati. Tra di essi non si possono annoverare uomini del peso di Thomas Mntzer, e tuttavia il pericolo rappresentato da costoro si prefigura piu' grave di quanto il loro numero attuale non possa far pensare. Le loro eresie infatti sembrano diffondersi in tutta la Germania sud-occidentale con facilita' e rapidita' estrema. Esse prediligono i ceti minori, i lavoratori meccanici, che ne rimangono infettati per l'odio che covano nei confronti dei loro superiori. Le popolazioni delle campagne, ignoranti e scontente, partecipano spesso ai loro rituali nei boschi cedendo all'incanto di Satana. Proprio per il fatto di non essere vincolati a nessun ordinamento civile e religioso, questi Anabattisti, che tra loro si chiamano fratelli, propagano piu' facilmente e rapidamente la propria peste di quanto lo stesso Lutero non riesca a fare negli ultimi tempi; e' facile prevedere che il loro numero aumentera' e presto l'anabattismo varchera' i confini di queste citta'. Ovunque vi sia un contadino o un artigiano scontento, affamato, o maltrattato, vi e' un eretico in potenza.
Ecco perche' non smettero' di raccogliere informazioni e di seguire quanto piu' da vicino mi sara' possibile le sorti di questi miscredenti, per fornire a V.S. nuova materia di valutazione.
Non occorre a dire altro se non che bacio le mani della Signoria Vostra, raccomandandomi alla benevolenza di cui e' solita omaggiarmi, concedendomi di continuare a prestare questi poveri occhi alla causa di Dio.
Di Augusta, il giorno 17 settembre dell'anno 1527
Il fedele osservatore di V.S.
Q.


Lettera inviata a Venezia dalla citta' imperiale di Augusta, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 1 ottobre 1529.

All'eminentissimo signore mio Giovanni Pietro Carafa, in Venezia.
Signore mio onorandissimo, l'animo di questo servo si riempie di gratitudine e commozione per la possibilita' che gli si offre di comparire al Vostro cospetto. Non dubitate ch'io possa mancare all'appuntamento: la pace ha reso le strade della Lombardia piu' sicure e questo fatto, unito alla premura che ho di incontrare il mio signore, mi fara' bruciare le tappe fino a Bologna. Mi piange il cuore nell'apprendere come il Santo Padre Clemente abbia dovuto scendere a un cosi' vile mercato con Carlo, concedendogli questa incoronazione ufficiale in Bologna; la vittoria sui francesi in Italia e ora questo riconoscimento pontificio innalzeranno Carlo V al rango dei piu' grandi Cesari dell'antichita', senza ch'egli possegga una goccia della loro virtu' e rettitudine. Egli comandera' l'Italia secondo il suo volere, e il mio parere e' che questo congresso vedra' gli stati italiani, e quello Pontificio sopra tutti, spettatori impotenti delle decisioni dell'Imperatore. Ma tanto basta: Vae victis, non altro per ora, nella speranza che Iddio misericordioso conceda agli animi devotissimi come quello della Signoria Vostra la grazia di saper arginare l'arroganza di questo novello Cesare.
Proprio a tale proposito mi permetto ancora di usare la franchezza alla quale la Signoria Vostra ha cosi' magnanimamente voluto abituarmi, dato che il vagheggiare libero del pensiero, spregiudicato quanto certo di provocare il savio sorriso del mio signore, mi spinge a notare che oggi i nemici di Carlo sono tre: il re di Francia, cattolico; i principi tedeschi, di fede luterana; e il turco Solimano, infedele; e che se costoro fossero capaci di far prevalere il loro comune interesse anti-imperiale sulle diversita' di fede, colpendo l'Impero all'unisono e concordemente, allora non vi sarebbe dubbio che esso vacillerebbe come una tenda scossa da un turbine di vento, e con esso anche il trono di Carlo. Ma questi occhi sono stati ordinati per guardare alle faccende di Germania e non al mondo intero, da cui il bisogno di tacere, nell'attesa impaziente di
<A HREF="Q_primaparte059">></A>