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citta' dell'Impero e a me di riscuotere presso tutte le sue filiali, garantendomi cosi' la piu' vasta liberta' di movimento. Per ragioni che posso facilmente intuire non ha voluto mettermi a parte dell'entita' del credito aperto, lasciando appena intuire che si tratti di un conto illimitato. Dal canto mio, Dio non voglia ch'io manchi di rispetto alla S.V., non ho ritenuto giusto chiedere altro. Detto cio' mi premuro fin d'ora di informare la S.V. che cerchero' d'amministrare il privilegio che ha voluto concedermi, con parsimonia e saggezza, per quanto sara' nelle mie facolta', comunicando preventivamente al mio signore ogni utilizzo delle somme messe a mia disposizione.
Non mi resta che ringraziare ancora la S.V. per l'infinita munificenza e raccomandarmi alla sua grazia in attesa di nuove.
Che Iddio misericordioso voglia concedere salute al mio signore e il Suo sguardo magnanimo non abbandoni questo indegno servo della Sua Santa Chiesa.
Di Augusta, il giorno 22 del mese di giugno dell'anno 1526
Il fedele osservatore di Vostra Signoria
Q.


Lettera inviata a Roma dalla citta' imperiale di Augusta, indirizzata a Gianpietro Carafa, datata 10 giugno 1527.

All'onorandissimo signore mio, Giovanni Pietro Carafa, felicemente scampato alle schiere immonde dei barbari eretici.
La notizia di sapere la Signoria Vostra sana e salva mi riempie il cuore di gioia e allevia finalmente la pena che in questi giorni terribili mi ha privato del sonno. Il solo pensiero del soglio di Pietro devastato dai nuovi Vandali mi gela il sangue nelle vene. Non oso immaginare quali tremende visioni e quali pensieri di morte debbano aver colpito la S.V. Eminentissima in quei momenti. Nessuno meglio di questo devoto servo puo' conoscere la brutalita' e l'empieta' dei tedeschi, soldati immondi gonfi di birra e irrispettosi d'ogni autorita', d'ogni luogo santo. So bene che lordare le chiese, decapitare le immagini sacre dei Santi e della Madonna e' da loro ritenuto un merito di fede, oltreche' un vero sollazzo.
Ma, come la S.V. ha avuto modo di affermare nella Sua missiva, lo scandalo non potra' rimanere impunito; se Iddio onnipotente ha saputo castigare l'arroganza di queste bestie scagliando su di esse la pestilenza, non manchera' di punire chi a esse ha aperto la gabbia, lasciando che dilagassero per l'Italia: se non davanti al Santo Padre, l'Imperatore dovra' risponderne al cospetto di Dio.
L'Asburgo infatti finge di non sapere che nel suo esercito e in quello dei suoi principi si annidano intere schiere di eretici: luterani che non hanno rispetto di niente e di nessuno. Ho infatti ragione di credere che non sia stato un caso che la conduzione della campagna d'Italia sia stata affidata a Georg Frundsberg e ai suoi lanzichenecchi. Quassu' essi sono ben noti per l'efferatezza e l'empieta', oltreche' per la simpatia che nutrono verso Lutero. Non mi meraviglierei affatto se quello che oggi sembra il risultato indesiderato di una scorribanda di barbari mercenari, domani si rivelasse il frutto di una decisione militare e interessata dell'Imperatore. Il sacco di Roma indebolisce il Santo Padre e lo lascia indifeso nelle mani dell'Asburgo. Quest'ultimo ha cosi' trovato il modo di essere a un tempo paladino della fede cristiana e secondino della Santa Sede.
Non posso dunque che condividere le durissime parole di condanna e disprezzo di Vostra Signoria, quando afferma che Carlo minaccia sempre piu' da vicino e spudoratamente l'autonomia della Chiesa e che dovra' pagare per questo ultimo inaudito affronto.
Prego dunque l'Altissimo affinche' voglia assisterci nel grande mistero dell'iniquita' che ci circonda e conceda a Vostra Signoria di resistere contro chi si dice difensore della Santa Chiesa di Roma, mentre non si fa scrupolo di concedere alla sua immonda soldataglia di devastarla.
In fedelta' sinceramente mi raccomando baciando le mani,
di Augusta, il giorno 10 di giugno dell'anno 1527
Il fedele osservatore di Vostra Signoria
Q.


Lettera spedita dalla citta'
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