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ha aggirati. Di Denck non si ha notizia, ma anche se avesse trovato uomini e armi, a quest'ora si troverebbe gia' dietro le linee del principe.
- A maggior gloria di Dio, a maggior gloria Sua! - Il grido del Magister di fronte a quelle notizie. Volessi ripeterlo ora, quell'incitamento, qui, sull'ala della canonica di Vogel, in faccia a oche e galline, so che sarebbe precisamente lo stesso. Ma ho la forza soltanto di masticarlo un po' tra i denti, sottovoce.
Il meccanismo gira. Ottilie che organizza la retroguardia a Frankenhausen: alloggi, difese, approvvigionamenti.
Continua a girare. I volti di tanti, con la precisione del ritratto. Occhi azzurri e naso adunco di un maniscalco di Rottweil, mento carnoso e baffi biondi e ancora naso schiacciato e orecchie a sventola. Visi e voci, uno dopo l'altro. Hans Hut che stipa i libri sul carretto, il cavallo gia' pronto per essere attaccato: un piccolo libraio inadatto alla battaglia che vuole tornare alla sua stamperia.
A un tratto, uno strappo, la fune s'inceppa e le note stonano, stridono, si fondono in un unico ronzare. I colori si mescolano sulla tavolozza della memoria. Il ricordo muore e lascia spazio all'orrore confuso.


Capitolo 29
Frankenhausen, 15 maggio 1525, mattina

Il segno.
Striato, fiammeggiante, purpureo, improvviso sale l'arcobaleno dietro le alture e le schiere di Filippo, di fronte agli sguardi rapiti degli umili.
Cancella la paura, un istante, non annunciato da pioggia, cielo terso, stemma del riscatto gia' dipinto sui nostri vessilli di tela bianca rimediati alla meglio, le insegne del popolo del Signore che si innalzano a salutare lo squillo di tromba celeste che prepara la resa dei conti.
Fragore, trema la terra ovunque, le sue viscere si aprono per inghiottirli, trema la terra, si spacca, avvolge, tuona, erutta la potenza di Dio.
Un pugno grande quanto un uomo mi ribalta a terra, stordito, la faccia nel fango. Mi giro di lato, guidato da un rantolo: un uomo con un grumo di sangue e ossa al posto della faccia. Altri scoppi, la polvere tappa gli occhi, uomini si riparano sotto i cavalli, sotto i carri, dentro le buche che si aprono nella piana. Mi rifugio dietro uno dei pochi alberi vicino a un ragazzo con una scheggia di legno conficcata tra le costole, verde di paura e dolore.
I cannoni continuano a sparare.

La testa del Magister conficcata su un palo. Chiedono. Cosi' potra' esserci clemenza.
Malvagio drappello di servi della merda. Luridi bastardi figli di cagna appestata. Non porrete condizioni all'esercito di Dio. Carcasse verminose seccate al sole. Infami falangi delle Tenebre. Sfonderemo i vostri culi con i manici dei picconi. Signore, non abbandonarci ora. Le madri immonde che vi partorirono fottevano con i caproni della foresta. Tornatevene a leccare il culo dei vostri padroni. Perdono, se abbiamo sbagliato. L'inferno aprira' le tremende fauci, le sue viscere vi inghiottiranno. Se abbiamo peccato, la Tua volonta', la Tua volonta' sola sia fatta. Sputera' via le ossa, dopo averle spolpate a una a una. Solo l'amore e la parola del Redentore, nel Giorno della Resurrezione degli ultimi. Non avra' pieta' delle vostre anime corrotte. Protegga noi la fede in Dio onnipotente.

Magister! Magister! Urla impazzite. Le mie. Voragini di panico tutt'intorno, la fuga del gregge davanti all'orda di lupi.
Lo scorgo davanti a me, inginocchiato, schiacciato a terra, inchiodato come una statua. Su di lui, sento la mia voce gridare sul fragore che si avvicina all'orizzonte: - Magister, Magister!
Gli occhi vuoti, altrove, una preghiera biascicata tra le labbra.
- Magister, per dio, alzati!
Cerco di sollevarlo, ma e' come voler sradicare un albero, resuscitare un morto. Mi inginocchio e riesco a rivoltargli le spalle: mi si accascia in grembo. Non c'e' piu' niente da fare. e' finita. L'orizzonte precipita verso di noi sempre piu' veloce. e' finita. Gli reggo la testa, il petto squarciato dal pianto e dall'ultimo grido, che sputa la disperazione e il sangue al cielo.

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