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a scambiare due parole. Vado fino al mulino a far macinare il grano di Vogel e incontro qualcuno per strada, poche battute sul pastore Wolfgang, l'unico del villaggio ad avere frumento per il mugnaio.
Una delle poche cose piacevoli della giornata sono le discussioni con Hermann, un contadino rincoglionito che tiene dietro all'orto di Vogel. Per la verita' parla quasi solo lui, mentre vibra colpi con l'ascia sui ciocchi di legno, perche' ognuno, dice, ha le mani che si merita, e lui e' nato che aveva gia' i calli, e i dottorini come me e' meglio che tocchino soltanto libri. Sorride, bocca mezza sdentata, e giura che questa guerra l'hanno vinta i poveracci come lui. Racconta di quando hanno preso il castello del conte e per dieci giorni si sono fatti servire da lui e dai suoi uomini, mentre la notte si scopavano la signora e le figlie. Quella e' stata la loro grande vittoria: nessuno puo' pensare di rovesciare i potenti per molto tempo, anche perche' se governassero i contadini e i signori lavorassero la terra si morirebbe presto tutti quanti di fame, che' ognuno ha le mani che si merita... Eppure, per un signore, leccare i piedi di un servo e dover rimettere il coso dove l'ha messo un bifolco, e' la piu' accecante delle sconfitte. Per quelli come Hermann, il piu' sacro dei godimenti. Ride come uno scemo, sputacchiando tutt'intorno, e per fargli ancor piu' piacere, gli dico che, forse, il prossimo conte sara' proprio figlio suo e che quello e' un bel modo di abbattere i potenti: inquinargli la prole.
Con Vogel invece c'e' poco da discutere. e' un brav'uomo, ma non mi piace: dice che il fato e la suprema volonta' divina hanno voluto che le cose andassero cosi', che l'orribile massacro di inermi avesse luogo, che l'insondabile, suprema potenza ci esorta a comprendere attraverso i suoi segni, anche quelli tragici o funesti, che non e' la volonta' degli uomini, anche quelli giusti e meritevoli del regno, sufficiente a realizzare la sua promessa in terra. Che si fotta, Vogel e con lui le promesse e tutto il resto.

***

Adesso mi volto quando mi chiamano Gustav, mi sono abituato a un nome che non e' piu' mio di qualunque altro.

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La sera, la luce delle candele basta appena per leggere qualche pagina della Bibbia. La mia stanza: pareti di legno, una branda, uno sgabello e un tavolo. Sopra il tavolo, la sacca del Magister, un grumo informe di fango incrostato. Nessuno l'ha piu' spostata da li'.
Non c'e' piu' niente, niente oltre quella sacca portata fin qui da Frankenhausen, a ricordarmi le promesse mancate e il passato. Niente che valga il rischio di essere conservato. Avrei dovuto bruciarla subito, ma ogni volta, avvicinarsi per afferrarla era come ritrovarsi in cima a quella scala e sentire il peso che tirava giu', mentre abbandonavo il Magister al suo destino.
Per la prima volta la apro. Quasi si sbriciola tra le mani. Le lettere ci sono ancora tutte, ma l'umidita' le ha mangiate e imputridite. I fogli si tengono insieme a fatica.

Al magnifico maestro nostro messer Thomas Mntzer de Quedliburck, il saluto dei contadini della Foresta Nera e di Hans Mller von Bulgenbach, ribellatisi all'unisono e con la forza al turpissimo signore Sigmund von Lupfen, colpevole di aver affamato e vessato i suoi servi e le loro famiglie inverno dopo inverno, riducendoli alla disperazione.
Maestro nostro, scrivo per informarVi che una settimana e' trascorsa da quando i nostri dodici articoli sono stati presentati al Consiglio della citta' di Villingen, il quale ha risposto prontamente accogliendo solo alcune delle richieste in essi contenute. Una parte dei contadini ha quindi ritenuto di non poter ottenere di piu' e ha scelto di ritornare alle proprie case. Ma una parte non esigua di essi ha invece deciso di proseguire la protesta. Io stesso sto cercando di raggiungere i contadini dei territori vicini per trovare rinforzi in questa giusta lotta e Vi scrivo con la fretta di chi ha gia' un piede nella staffa, certo che non vive altro uomo in tutta la Germania 
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