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caduta.
Non avevo mai ucciso un uomo.
Slaccio la cintura e prendo la borsa, tolgo la giubba e le brache, faccio un fagotto di tutto nel suo mantello. Via adesso, senza correre, senza fare rumore, un braccio avanti per proteggermi la faccia dai cespugli e dai rami. L'odore del sangue sulle mani, come nella piana, come a Frankenhausen.
Non avevo mai ucciso un uomo.
Teste che saltano, gente che prega in ginocchio, Elias, Magister Thomas ridotto una larva...
Non avevo mai ucciso un uomo.
Mi fermo, nel buio piu' totale, le voci si odono appena. La spada in pugno.
Quello che devo fare.
Spalancare la bocca dell'inferno per quei bastardi.
Torno indietro, un passo dopo l'altro, le voci sempre piu' forti, piu' vicine, lascio cadere il fagotto e la sacca, due, a grandi passi, sono due, non darsi il tempo di esitare.
- Kurt, dove cazzo...
Entro nel cerchio di luce.
- Cristo!
Un colpo di netto sulla testa.
- Merda santa!
La lama nel petto, con tutta la forza, finche' non vomita sangue.
Una mano che si allunga verso l'arma troppo tardi: un colpo sulla spalla, poi alla schiena.
Striscia sui gomiti verso la boscaglia, le urla di un porco al macello.
Io: sempre piu' lento, sopra di lui. Impugno la daga a due mani, l'affondo tra le scapole spaccando le ossa e il cuore.
Distruggere l'orrore.
Silenzio. Solo il mio ansimare caldo, visibile, nella notte, e il crepitare del fuoco. Mi guardo attorno: non un movimento.
Non piu'.
Li ho fatti fuori tutti, per dio!


Capitolo 4
19 maggio 1525

Cavalco, con addosso la divisa dell'infamia.
e' la divisa a proteggermi, ora. Forse e' astuzia, devo abituarmi, forse. Maschera di mercenario dell'infamia, quando l'infamia trionfa, nient'altro.
Devo abituarmi. Non avevo mai ucciso prima.
Ancora un tramonto a screziare campi e colline di riflessi purpurei, rendere piu' vaghi i contorni, dissolvere le certezze se mai ne erano rimaste.
Molte miglia percorse, sempre a sud, verso Bibra, in sella a una tenue speranza. Le campagne attraversate portavano i segni del transito dell'orda assassina. Come i resti di una sciagura degli elementi: terreni mai piu' fertili; ferraglie e ogni sorta di residui della truppa immonda; qualche cadavere a marcire, carcasse di disgraziati capitati sul cammino; manipoli di mercenari sguinzagliati da chissa' quale massacro verso una nuova razzia.
Da quando il buio ha inghiottito l'orizzonte e le ultime ombre proseguo a piedi nella boscaglia. Scorgo tra gli alberi bagliori in lontananza: forse altri bivacchi. Pochi passi ancora e un rumore sordo mi viene incontro. Cavalli, clangore di corazze, riflessi di torce sul metallo. L'animale scalpita, devo tenerlo a freno mentre cerco riparo dietro a un tronco. Resto in attesa, accarezzando il collo del cavallo per alleviargli la paura.
Il rumore e' un fiume in piena. Avanza. Zoccoli e armi scintillanti. Un'orda di fantasmi scorre a pochi metri da me.
Finalmente il fragore si fa piu' debole, ma la notte non torna a tacere.
La luce oltre il bosco si e' fatta piu' intensa. L'aria e' ferma, ma le cime degli alberi ondeggiano: e' il fumo. Mi avvicino fino a sentire crepitio di legna bruciata. Gli alberi si aprono a un tratto sulla distruzione assoluta.
Il villaggio e' avvolto dalle fiamme. Il calore mi investe la faccia, piovono piccole braci e fuliggine. Una zaffata dolciastra, odore di carne bruciata, mi rovescia lo stomaco. Allora li vedo: corpi carbonizzati, sagome indistinte abbandonate al rogo, mentre il vomito sale in gola, taglia il respiro.
Le mani avvinghiate alla sella, portami via, a capofitto nella notte, fuggi dall'orrore e dalla presa immonda dell'inferno.


Capitolo 5
21 maggio 1525

Tutt'intorno alla stazione di cambio, un gran via vai di carri, carichi della razzia dei villaggi; capitani strillano ordini in dialetti diversi; drappelli di soldati partono in ogni direzione; baratti e compravendite di bottino in mezzo alla strada, tra mercenari piu' sporchi di me, e vagabondi ad aspettare gli avanzi. L'altra faccia della 
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