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immobile di prima. Colpi rimbombano di sotto. La testa mi gira.
- Va'!
Ancora la voce. Mi volto verso di lui. Immobile.
Colpi. Il portone va giu'.
Va bene, le sacche, non devono trovarle, via, sulle spalle, su per la scala, i soldati insultano la vecchia, scivolo, non ho appigli, troppo peso, via, mi cade una sacca, merda!, salgono le scale, dentro, ritiro la scala, chiudo la botola, la porta si apre.

Sono in due. Lanzichenecchi.
Posso spiarli da una fessura tra le travi. Non devo muovermi, il minimo scricchiolio e sono fottuto.
- Solo un'occhiata poi andiamo via, tanto qui non troviamo niente... Ah, ma c'e' qualcun altro!
Si avvicinano al letto, scrollano Magister Thomas: - Chi sei? e' casa tua questa? - Nessuna risposta.
- Bene, bene. Gnther, guarda un po' cosa abbiamo qui!
Hanno visto la sacca. Uno dei due la apre:
- Merda, qui c'e' solo carta, monete niente. Che roba e'? Te sai leggere?
- Io, no!
- Io neanche. Forse e' roba importante. Va' giu' a chiamare il capitano.
- Cos'e', mi da'i degli ordini? Perche' non ci vai te?
- Perche' 'sta borsa l'ho trovata io!
Alla fine si decidono, quello che non si chiama Gnther scende al piano di sotto. Spero che nemmeno il Capitano sappia leggere, altrimenti e' finita.
Passi pesanti, quello che dev'essere il capitano sale le scale. Non posso muovermi. Ho il palato riarso, la gola invasa dalla polvere del solaio. Per non tossire, mordo l'interno di una guancia e deglutisco il sangue.
Il capitano inizia a leggere. Posso solo sperare che non capisca. Alla fine alza lo sguardo dai fogli: - e' Thomas Mntzer, il Coniatore... anzi, la Monetina (Gioco di parole dal tedesco mntzer = coniatore, mntzel = monetina.).
Il cuore mi va in testa. Sguardi compiaciuti: paga raddoppiata. Portano via di peso l'uomo che dichiaro' guerra ai principi.
Resto in silenzio, incapace di muovere un muscolo.
Dio onnipresente non e' qui ne' in nessun luogo.


Capitolo 2
16 maggio 1525

Giunge il chiarore dell'alba. Mi accascio, esausto.
Quando ho riaperto gli occhi, nel buio completo della notte e della mia esistenza, la prima sensazione e' stata l'assoluto torpore delle membra.
Da quanto tempo se n'erano andati?
Dalla strada salivano imprecazioni di ubriachi, rumori di gozzoviglie, grida di donne sottoposte alla legge dei mercenari.
A ricordarmi di essere vivo, un prurito d'inferno: sulla pelle una corazza di sudore, paglia e polvere.
Vivo, libero di tossire e gemere.
Soltanto rialzarmi e issarmi sul tetto con la sacca e la spada e' stata una fatica improba. Ho atteso il tempo di abituarmi all'oscurita' scrutando il volto della citta' della morte.
Sotto, il bagliore dei falo' sparsi ovunque illuminava le ghigne dei soldati in baldoria, intenti a bersi il compenso della vittoria piu' facile.
Di fronte, buio. Il buio totale della campagna. Sulla sinistra, a poche decine di passi, un tetto sporgeva piu' degli altri, scavalcando il vicolo sottostante, fino al confine dell'oscurita' assoluta. Strisciando sui tetti, ho trascinato la schiena spezzata fino a quel limite: le mura. Alte come tre uomini, nessuno di guardia. Le ho percorse.
Dapprima non ne ho sentito l'odore: la bocca era una cloaca, il naso pregno del sudore e della sporcizia... Poi l'ho avvertito: letame. Letame proprio li' sotto. Mi sono lasciato cadere, cosi', nel buio, che importava.
Un cumulo di letame.
Di corsa, via, assetato, di corsa, poi ho camminato, inciampato, via, e camminato, via, via, affamato, piu' veloce della morte che mi ha sfiorato e del puzzo di merda che mi inseguiva, finche' le gambe reggevano.
L'alba.
Sdraiato in un fosso, bevo acqua fangosa. Sprofondo nell'oscurita' mentre si leva il sole.

***

Il cielo arde a ponente. Ogni anfratto del corpo brucia; incrostato di merda e fango: vivo.
Campi, covoni, il margine di un bosco qualche miglio a sud. Riprendere a scappare. Devo aspettare il buio.
Solo. I miei compagni, il maestro, Elias.
Solo. I volti dei fratelli, cadaveri stesi nella piana.
La sacca e la
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