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viaggiato in lungo e in largo sulla bocca di tutti. Giovani studenti dagli stati limitrofi affluiscono in questa citta' per ascoltare dalla viva voce del predicatore quelle incredibili teorie.
In particolare la predicazione contro la compravendita delle indulgenze sembra riscuotere il piu' grande successo presso le giovani menti, aperte alla novita'. Cio' che fino a ieri era pratica comune e indiscussa, il ricevere la remissione dei peccati in cambio di una pia donazione alla Chiesa, oggi sembra esser criticata da tutti come fosse uno scandalo innominabile.
Una tale e tanto immediata fama ha reso Lutero tronfio e tracotante; egli si sente quasi investito di un compito ultraterreno, e cio' lo spinge ad azzardare ancora di piu', a spingersi oltre.
E infatti ieri, come ogni domenica, predicando dal pulpito sull'evangelio del giorno (si trattava del testo di Giovanni 16, 2, Vi espelleranno dalle sinagoghe), ha associato allo scandalo del mercato delle indulgenze un'altra tesi, a mio avviso ancor piu' pericolosa.
Lutero ha affermato che non si devono paventare eccessivamente le conseguenze di una scomunica ingiusta, poiche' essa riguarda soltanto la comunione esteriore con la Chiesa, e non quella interiore. Quest'ultima infatti riguarda solo il legame di Dio con il fedele, che nessun uomo puo' dichiarare sciolto, nemmeno il Papa. Tanto piu' una scomunica ingiusta non puo' nuocere all'anima, e se e' sopportata con rassegnazione filiale verso la Chiesa, puo' anche divenire un merito prezioso. Se dunque alcuno e' scomunicato ingiustamente, non deve sconfessare con parole e azioni la causa per la quale e' stato scomunicato e deve sopportare pazientemente la scomunica quand'anche dovesse morire scomunicato, e non essere sepolto nella terra consacrata, poiche' queste cose sono di gran lunga meno importanti che la verita' e la giustizia.
Ha infine concluso con queste parole: Beato e benedetto colui che muore in una scomunica ingiusta; poiche' per il fatto che subisce questa aspra punizione per amore della giustizia, che egli non ha voluto tacere ne' abbandonare, ricevera' per grazia l'eterna corona della salvezza.
Unendo al desiderio di servirla la riconoscenza per la confidenza che Ella mostro' di avere, avro' ora l'ardire di scrivere quello che mi sembra circa le cose che ho esposto qui sopra. All'umile osservatore della Signoria Vostra Reverendissima e' apparso chiaro come Lutero annusi nell'aria l'odore della scomunica per se stesso, cosi' come la volpe fiuta l'odore dei segugi. Egli sta gia' affilando le sue armi dottrinali e cercando alleati per il prossimo futuro. In particolare credo cerchi l'appoggio del suo signore il Principe Elettore Federico di Sassonia, il quale non ha ancora palesato pubblicamente la propria disposizione d'animo nei confronti di frate Martino. Non per nulla egli viene detto il Savio. Il signore di Sassonia continua a servirsi di quell'abile intermediario che e' Spalatino, il bibliotecario e consigliere di corte, per vagliare le intenzioni del monaco. Personaggio infido e scaltro questo Spalatino, di cui gia' ho fornito una sommaria descrizione nell'ultima missiva.
La Signoria Vostra capira' meglio del suo servitore l'esiziale gravita' della tesi sostenuta da Lutero: egli vorrebbe togliere alla Santa Sede il suo baluardo maggiore, l'arma della scomunica. e' allo stesso modo evidente che Lutero non osera' mai mettere per iscritto questa sua tesi, consapevole dell'enormita' che rappresenta e del pericolo che ne potrebbe derivare per la sua persona. Ho quindi ritenuto opportuno farlo io, affinche' la Signoria Vostra possa prendere in tempo tutte le precauzioni che riterra' necessarie a fermare questo frate del diavolo.
Baciando la mano di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima,
di continuo in buona grazia mi raccomando.
Di Wittenberg il giorno 17 maggio 1518
Il fedele osservatore di Vostra Signoria
Q.


Lettera inviata a Roma dalla citta' sassone di Wittenberg, indirizzata a Gianpietro Carafa, membro della
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