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la Patria  ormai romita
e oggi dovrebbero aver festa.

Ottimo. Si poteva quasi finire cosi'. Sul taccuino restavano ormai poche righe:

Einaudi appunta la medaglia d'oro sulla bandiera gigantesca che Roma ha donato alla citt. Gli altoparlanti scandiscono la motivazione dell'onorificenza:
"Protesa da secoli ad additare nel nome d'Italia le vie dell'unione fra popoli di stirpe diversa, fieramente partecipava coi figli migliori all'indipendenza e all'unit della Patria, nella lunga vigilia confermava col sacrificio dei martiri la volont d'essere italiana. Questa volont suggellava col sangue e coll'eroismo dei volontari nella guerra '15-'18. In condizioni particolarmente difficili, sotto l'artiglio nazista, dimostrava nella lotta partigiana quale fosse il suo anelito alla giustizia e alla libert, che conquistava cacciando a viva forza l'oppressore. Nelle recenti drammatiche vicende e nella umiliazione d'Italia, contro i trattati che la vollero staccata dalla madrepatria, con tenacia e passione pari alla speranza, ribadiva al mondo il suo incrollabile diritto d'essere italiana. Esempio di inestimabile fede patriottica, di costanza contro ogni avversit e di eroismo".

La giornata si era conclusa a San Giusto. La Basilica era gremita, la piazza, anche, nonostante la bora cominciasse a farsi sentire. Dopo il Te Deum di ringraziamento, il Vescovo aveva ricordato la diocesi smembrata, le parrocchie istriane trasferite sotto Lubiana e Parenzo. Sulla torre, la bandiera con la medaglia aveva salutato la folla, insieme ai rintocchi della grande campana.
Rizzi pens a tutto il freddo che aveva preso. Diede un'occhiata fuori dalla finestra: il vento non smetteva di soffiare, gelido. Doveva comprarsi un cappotto nuovo. Caldo come il suo vecchio montgomery grigio. Gli agenti del Gma glielo avevano sottratto senza tanti complimenti. Uno scambio d'abito, a quanto pare. In un caff del centro. Ma allora perch il suo non gliel'avevano piu' restituito? Altro che restituito: lo avevano riempito di calci e rispedito a casa.
La gamba gli faceva ancora male. Nemmeno la natica era piu' quella di prima.


IX. Mosca, Palazzo della, Lubjanka, 21 Novembre


Il generale Serov dispose la documentazione sulla scrivania, i fogli allineati alla perfezione.
Informazioni aggiornate da Saigon, capitale del Vietnam del Sud.
Rapporto su Bao Dai, "imperatore" da operetta. Sorriso da imbecille e sguardo stolido su banconote e francobolli. Era fuori dalla Storia, se mai c'era entrato.
Rapporto sul nuovo Primo ministro Ngo Dihn Diem, bigotto dalla malsana attrazione per i crocifissi, al potere in un paese buddhista. Suo fratello: un pazzo oppiomane con velleit pseudointellettuali, appassionato di intrighi. Sua cognata: una baldracca consumata dall'odio per i comunisti. Un regime corrotto appoggiato dall'America.
Informazioni aggiornate da Hanoi, capitale del Vietnam del Nord. Gli "amici", con la Cina sopra la testa e i piedi in un pantano di sangue e merda.
Equilibrio instabile. La "pace" non sarebbe durata a lungo.
Informazioni aggiornate su Tito, sugli italiani che abbandonavano Istria e Dalmazia, su quello scandalo, il "caso Montesi".
Informazioni sul Guatemala, tornato propriet esclusiva della United Fruit dopo il golpe con cui la Cia aveva rovesciato un governo "sgradito".
L'America Latina, "cortile di casa" degli americani, un sottile strato di terra a coprire il magma. Era quello il nuovo fronte, Serov ci avrebbe scommesso.
Dispacci provenienti da Francia e Svizzera.
Rapporto su "Vladimiro" ed "Estragone". Localizzati a Parigi, quartiere latino. Frequentavano artisti, pseudorivoluzionari, mitomani, sedicenti "profeti" di ancor piu' sedicenti movimenti. Un rumeno di nome Isidore Isou. Idiozie. Azzoni e Mariani ci sguazzavano. Non c'era una telefoto in cui Mariani non ridesse, denti in bella vista, zigomi e sopracciglia che quasi si toccavano. Azzoni guardava l'obiettivo.
Li avrebbe usati ancora. I pagliacci si intendono con altri pagliacci, e il
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