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Quattro novembre, sulla commemorazione dei martiri, sulla medaglia d'oro tributata alla citt. Si era segnato qualche impressione e si apprestava a tramutarla in versi.
Mattina cosi' tersa che annulla le distanze.
Interessante annotazione. Si poteva sfruttarla per parlare delle genti italiane, distanti, ma vicine, sull'altra sponda dell'Adriatico. Come se anche l'atmosfera si fosse fatta piu' sottile, in quel Quattro novembre, per avvicinare a Trieste le terre irredente, che biechi interessi di parte allontanavano dalla madrepatria.
Giusto un accenno di bora fa garrire le bandiere, su tutti i balconi, su tutti i palazzi, e in modo particolare due, enormi, all'ingresso della piazza: il Tricolore e l'Alabarda di Trieste.
Celebrazioni in terra e in mare, su piazza dell'Unit e sulle navi attraccate di fronte, nel bacino di San Giusto: l'incrociatore Duca degli Abruzzi, tre caccia bianchi e un veliero di foggia antica, tutto sartie e pennoni, la nave scuola Amerigo Vespucci dell'Accademia navale di Livorno.
Soldati e marinai, schierati, folla trepidante da una stazione ferroviaria all'altra. Si attendono il presidente Einaudi e Scelba.
Il vento e le bandiere diedero al poeta un fremito d'ispirazione. Afferr un foglio bianco e lo lisci davanti a s, quasi a purificarlo con la mano. La biro scriveva a fatica. Alit sulla punta e riprese:

La bora che alz l'amato aroma
dal mare ingombro di navigli
t'investi', ti scompigli la chioma
Trieste, orgoglio dei tuoi figli!

Bene, questo era il vento. E le bandiere? Non le poteva tralasciare.

Saluta con fierezza i morti e i vivi
la folla di palazzi che distesi
allo sguardo sul fianco dei declivi
si parano di gale e di pavesi.

Imburr una fetta di pane, ci spalm la marmellata d'arance e dopo il primo morso torn a fissare il taccuino disseminato di briciole.

Ventuno salve di cannone levano voli di colombi a terra e gabbiani in mare. Arriva il corteo presidenziale: dieci auto, precedute dai cavalli dei corazzieri.
Il Presidente passa in rassegna i soldati. Donne e bambini spingono per toccare, salutare, accarezzare le divise. Gente sugli alberi, sui lampioni: "Italia! Italia!" Almeno centocinquantamila persone.
Le autorit salgono in Municipio e alle 11,35 si affacciano al balcone. Il sindaco ricorda le genti sorelle della costa orientale dell'Adriatico. Scelba spiega perch il Governo ha sottoscritto un accordo che non soddisfa le aspettative del popolo italiano: Trieste attendeva da troppo tempo, bisognava risolvere la sua situazione a ogni costo. Rassicura gli sloveni rimasti in territorio italiano sul rispetto dei patti, la volont di seppellire il passato e creare collaborazione. Se i patti verranno rispettati, le minoranze diventeranno motivo di amicizia tra i due paesi.
"Facilitare ogni utile scambio tra i due paesi", "Italia e Jugoslavia devono collaborare per la difesa della pace e la prosperit delle due nazioni".

Rizzi ricord i fischi che si erano levati dalla piazza quando il Primo ministro aveva pronunciato quelle frasi, troppo compiacenti con Tito e con un patto che blandiva la Jugoslavia pur di tenerla lontana da Mosca. I diritti dei popoli venivano calpestati dalla politica: peggio che nella Corea e nel Vietnam, perch almeno li' si parlava tutti la stessa lingua, a Nord come a Sud. Erano diversi i regimi, ma non la cultura, le tradizioni, lo spirito. Fosse stato per gli inglesi, Trieste sarebbe diventata un'altra Berlino, divisa in settori, smembrata. Poi, nel Vietnam si era parlato di referendum, di unificazione: perch nella Zona B nessuno pensava di chiedere il parere della gente? Alla faccia di Wilson e del principio di autodeterminazione.
Quei pensieri cupi, l'immagine della pelata di Scelba sul balcone del municipio, lo stavano per distraendo dai versi. Cos' che mancava? Le terre irredente, vicine nella distanza. Il tripudio e la tristezza. La penna scivol sul foglio:

Trieste, Italia - la gioia arresta
il cuore che vaganti genti addita
per esse
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