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capiva se era rispetto del dolore o paura di non poterlo condividere allo stesso modo.
Il dolore non si pu dividere con nessuno. Il dolore  una cosa tua. Si pu essere gelosi del proprio dolore. Si pu trasformarlo, farlo diventare una leva.
Fefe aveva capito. Sapeva che lei e Pierre si erano lasciati.
Fefe si sentiva in colpa.
Fefe si sentiva la causa.
Qualcosa gli era scattato dentro. Gli aveva detto: togliti di mezzo e lei sar libera.
La colpa si era accumulata per anni, era cresciuta dentro di lui come un cancro. La colpa era diventata paura. Paura dei tuoni e dell'infelicit.
Fefe non poteva sopportarlo.
Fefe aveva deciso di farlo.
Scacci il pensiero a forza.

Lo sguardo di Sante era un misto di pena e soggezione. La soggezione che d trovarsi in presenza di un dolore troppo grande per essere compreso. Paura dell'ignoto, scaramanzia, imbarazzo per il "meglio a te che a me" che accomuna istintivamente gli spettatori di una tragedia.
Aveva tenuto lo sguardo basso tutto il tempo, come se si vergognasse per quel pensiero involontario.
- Signora, io ero proprio dietro quella porta li'. Il dottor Dall'Oglio parlava col responsabile e diceva che il farmaco di Fefe andava sospeso per dieci giorni. Questo quando suo marito  partito per Roma.

Dall'Oglio era riuscito a guardarla negli occhi, dietro le lenti spesse. Era un medico, assuefatto alla sofferenza. Sapeva affrontare il dolore altrui, senza imbarazzo. L'aveva ricevuta come si riceve un profugo, con tutta la comprensione di cui era capace e l'aria di chi spiega l'ovvio alle vittime della loro ignoranza.
- Non ho mai ordinato al responsabile di sospendere il farmaco di punto in bianco. Ma di diminuire il dosaggio gradatamente. Vedete, signora Montroni, il farmaco che prendeva il povero Ferruccio  molto pesante, d assuefazione. Bisogna scalarlo ogni tanto, altrimenti l'organismo ne risente e possono esserci effetti collaterali molto spiacevoli, come perdita di memoria, labirintite. Il rischio per suo fratello era l'intossicazione. Io ho prescritto di diminuire i dosaggi un po' alla volta.
Dall'Oglio aveva annuito: - Certo che suo marito era al corrente. Abbiamo concordato insieme lo scalaggio del farmaco.
Dall'Oglio aveva sospirato. - Si metta l'animo in pace, signora. Il gesto di suo fratello non  in alcun modo collegabile allo scalaggio della terapia.

Sul taxi che la riportava a casa le era venuta voglia di piangere. Ma le lacrime erano finite. Era vuota. Vuota di tutto.
I putti sul soffitto sfottevano il suo dolore. Prendevano in giro quei goffi tentativi di trovare un'altra spiegazione. Cercare una motivazione incidentale al suicidio di Fefe era soltanto un modo per giustificarsi. Per scacciare l'idea che l'avesse fatto per lei. Perch si sentiva di troppo, per liberarla dal fardello che le impediva di vivere, di scegliere.
Non poteva caricarsi di quella colpa. Non voleva farlo. L'ossessione era l'unica cosa a cui aggrapparsi per restare lucida. La sua pazzia in cambio di quella di Fefe. A lei tutti l'avrebbero scontata. La sorella di un pazzo, pazza di dolore.
Marco aveva detto che non si poteva scherzare coi dosaggi perch era un farmaco pesante
Non si pu vivere col sospetto. L'ultimo tentativo di dare un senso a quello che era successo.
Il telefono squill.
Non si mosse. Il trillo si ripet ossessivo, finch lei, come un automa, riusci' ad alzarsi. L'armadio a muro. La porta. Il corridoio. Il telefono.
- Pronto.
Una voce roca: - Angela, sono Pierre.
- Ciao.
- So che Odoacre  al lavoro. Devo parlarti. Vorrei vederti, anche solo cinque minuti, ti prego.
- No. Non me la sento, mi dispiace. Non posso vedere nessuno.
- Angela, io... - lo senti' maledirsi sottovoce. - Ho un milione di cose da dirti.
- Non le ascolterei, Pierre. Non ce la faccio.
- Hai ragione, la verit  che vorrei stringerti e...
- E cosa, Pierre? Consolarmi?
Percepi' il silenzio imbarazzato all'altro capo del filo.
- Devo salutarti, Pierre. Forse piu' avanti potremo vederci.
- 
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