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parevano congiungersi e andatura da passerella, nonostante i trampoli sottili sotto il tallone. Decine di sguardi maschili sgomitarono nella sala per planare sulla migliore. Non quello di Mr. Hitchcock, catturato da frutti di bosco e crema chantilly. Quello di Mr. Grant nemmeno, o forse di sbieco, per non offendere Grace Kelly.
Altrettante signore, vistose ormai solo per i gioielli, seguivano le apripista con passo meno audace.
Subito dietro, cinque giovani eleganti, gessato, cappello e sigaro, passeggiavano al guinzaglio altrettanti campioni di razza canina. Un levriero afghano color champagne, un dalmata, un vitello alano nero fumo, un dobermann di nome Anubi e un labrador irrequieto.
Le regole del casin vietavano l'ingresso ai cani. Appena varcata la soglia, infatti, li presero in consegna un paio di inservienti, pagati apposta per dedicarsi alle loro pisciate. Piu' saggio ed economico sarebbe stato lasciarli scorrazzare nel parco du Chateau de Torenc, ma l'imperatore non era dello stesso avviso.
Passata la squadra cinefila, quattro guardie del corpo affiancate facevano fatica a superare la porta. Coperti dalle loro spalle, tre uomini eccentrici avanzavano parlando fitto. Quelli con il tight azzurro e le orchidee all'occhiello erano i consiglieri particolari dell'imperatore. In mezzo a loro, Bao Dai distribuiva saluti, sorrisi e banconote da cento franchi. La giacca coreana gli dava un'aria da statista serio, alla Nehru, ma unita al cache-col violetto che fioriva tra gli ultimi bottoni, sembrava piuttosto l'ultima trovata di un flneur parigino.
A eccezione dei cani, oltre il terzetto la serie si ripeteva simmetrica: imponenti gorilla, giovani eleganti, signore ingioiellate, modelle seminude. Appena la porta del casin inghiotti' l'ultimo culo marmoreo, venti sportelli di auto diverse, tutte appartenenti alla collezione dell'imperatore, scattarono all'unisono e gli autisti avviarono i motori.
Frasi ad alta voce, pettegolezzi sommessi, pensieri inesprimibili e sguardi eloquenti ribollivano intorno al corteo come olio di frittura. Ogni sera, l'imperatore Bao Dai cercava di cogliere una frase dal mazzo, aiutato dai consiglieri particolari Azzoni e Mariani. Tutte quelle attenzioni lo deliziavano, ma ancor piu' amava ribattere ai commenti malevoli.
Un uomo sulla quarantina, che non aveva smesso di sbavare sulle gambe abbronzate di una ragazza, sbagli tono di voce nel rivolgersi all'amico: - Belle figliole, Henri, ma tutte puttane.
Mariani conficc il gomito nelle costole dell'imperatore. Quasi tutti avevano sentito l'apprezzamento. Agli altri, ne giunse notizia in capo a un secondo.
Bao Dai si ferm, allarg le braccia, punt le fessure allungate degli occhi sul tizio che aveva parlato. Bao Dai inclin la testa e sollev il mento. Bao Dai disse: - Vi sbagliate, signore, - un cenno accarezz tutte le accompagnatrici. - Queste che vedete, mio caro, non sono affatto puttane -. La mano and a battere il petto. - La puttana sono io.
Cary sorrise. Buon timing. Buona battuta. Qualcuno accenn un applauso.
Il corteo raggiunse il tavolo di chemin. Bao Dai prese posto. Le labbra di Azzoni e Mariani si incollarono alle orecchie dell'imperatore. Alle spalle si eresse il muro di teste, colli e pettorali delle guardie del corpo. Bao Dai scarabocchi un assegno e lo allung all'inserviente. Una carriola di fiches stava per rovesciarsi sul tavolo verde.

- Hai sentito, Stiv? Quindici!
Parole pronunciate da Salvatore Pagano nell'esatto momento in cui, per via della favolosa ma, ahi lui, appuntita e indocile calzatura, incespicava in un lembo di tappeto e staccava un volo da avanspettacolo, come personale biglietto da visita nell'atrio del casin.
Non era certo un problema di "abbigliamento". Kociss era addirittura sfolgorante: vent'anni, la carnagione olivastra, occhi da saraceno brillanti sopra il tuxedo d'ordinanza, noleggiato da Zollo con gli ammennicoli necessari. L'avesse visto Lisetta, quel principe libanese, gli sarebbe saltata addosso
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