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spingeva Pierre verso i bagni.
Chiese agli amici di entrare da solo e quelli, come vassalli fedeli, abbassarono gli occhi con pudore facendosi da parte. Si misero davanti alla porta, come un picchetto.
Si lav la faccia con l'acqua gelata e rimase a guardarsi nello specchio, la bocca e il mento striati di sangue.
Che cazzo gli stava succedendo? Era una punizione perch aveva lasciato Angela da sola? Perch non aveva accompagnato Gilda?
Mentre si asciugava col fazzoletto mormor tra s: - A Cary Grant non sarebbe successo.
Poi percepi' una presenza alle spalle, alz lo sguardo nello specchio e lo vide uscire da una delle ritirate. Era elegante, quasi azzimato, nel completo buono.
- Sembra che il re abbia perso lo smalto.
La voce di Ettore era morbida e ammiccante.
Si lav le mani, le asciug con cura, stir i baffi sottili e si aggiust il bavero.
- Sei tornato prima del previsto. Problemi?
- Avevo finito i soldi. Sono tornato in nave.
Ettore annui'.
- Io e te abbiamo un accordo. Spero che non l'hai dimenticato.
Pierre si appoggi al lavabo.
- Lo so. Non ti preoccupare.
- Bene. Allora uno di questi giorni passa in magazzino, cosi' parliamo.
Era gi sull'uscio, quando si volt e aggiunse: - Ah, Pierre, un consiglio: lasciala perdere la Rossa, che quella porta guai. Piu' di uno ci si  rotto la testa. Stammi bene.
Usci' richiudendo la porta.
Pierre rimase a fissare il pavimento e a pensare a quanto pu diventare complicata la vita, da un giorno all'altro.


Capitolo 3
Bologna, notte tra i l5 e il 16 maggio


Ettore non girava in bicicletta. Preferiva camminare. "Ho pedalato quand'ero gappista", diceva, "e adesso non pedalo piu'".
Abitava vicino a Porta San Felice, anche al magazzino ci andava a piedi. Per ballare o per il cinema, si metteva un vestito buono col colletto ben inamidato, la cravatta giusta e le scarpe lucide, preferiva camminare sotto i portici, far vedere la piega dei pantaloni che scendeva come un filo a piombo.
Anche una donna, perch portarla sulla canna della bicicletta, col ferro che fa male al culo, invece che tenerla sotto braccio? Passeggiare, come se al mondo non ci fosse niente per cui valesse la pena andar di fretta, neanche fare l'amore.
Era una reazione al "mestiere" che faceva: sempre su e giu', avanti e indietro, mai mancare gli appuntamenti, consegnare la merce senza ritardi, dare gas al motore, coprire la massima distanza prima che arrivi il colpo di sonno.
Quand'era libero, di ruote e andar di corsa non voleva saperne.
Tanto abitava in centro, da solo e per giunta aveva un letto a due piazze. Le donne le portava a casa con comodo.

Quella notte, uscendo dal Settimo cielo, Ettore era solo e meditabondo.
Aveva trent'anni e una vaga ma fondata reputazione di "poco di buono". Il Partito e l'Anpi l'avevano espulso per "indegnit morale" nel '49, ma il motivo preciso non lo sapeva nessuno. C'era chi parlava di droga, di prostituzione e di chiss cos'altro.
Sia chiaro che queste cose le dicevano in sua assenza, per non rimediare un fracco di botte.

Ettore Bergamini era stato partigiano a Monte Sole, sull'Appennino, con la Brigata "Stella rossa" del maggiore Mario Musolesi, il mitico "Lupo".
Aveva partecipato a scontri a fuoco violentissimi, interminabili.
Aveva usato esplosivi, teso imboscate, giustiziato nemici, combattuto a fianco di inglesi, cecoslovacchi, russi, e perfino un indiano, Sad. Non un pellerossa, un indiano dell'India, col turbante in testa.
Aveva visto Ettore Ventura "Aeroplano" caricare i tedeschi in groppa a un cavallo bianco.
Aveva visto la madre di Fonso capitare nel bel mezzo di un combattimento, incurante delle pallottole, una spedizione di chilometri per portare al figlio una ciotola di zabaione.
- Poverino, sono ore che stai combattendo, e non hai mangiato niente!
Fonso l'aveva guardata, stravolto, incapace di credere a ci che vedeva.
Poi aveva bevuto lo zabaione e aveva detto:
- Grazie, mamma. Per adesso ti metti al riparo!

Il 27 giugno, per via di
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