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e fece un gran sospiro. Meno male.
Resto' cosi' un po', per poi confidarsi sottovoce alle seppie, mentre col mestolo di legno le costringeva a tornare in pentola.

Vincenzo Donadio abbasso' la saracinesca dell'officina alle sette passate. Aveva perso piu' di un'ora nel tentativo di aggiustare un telefono guasto e non gli era rimasto il tempo per mettere le mani su quel pachiderma di televisore. D'altra parte, non e' che ne capisse tantissimo, di quegli apparecchi. Erano roba nuova, complicata, soprattutto per chi, come lui, era specializzato in motorscooter. Ma Vespa e Lambretta erano uscite da poco, non se ne vedevano troppe, in giro, e se uno voleva lavorare, bisognava che allargasse il campo: radio, televisori, giradischi, per Vince' andava bene tutto.
Chiuse il grosso lucchetto intorno all'anello di ferro e si allontano' fischiettando Viale d'autunno.
Nemmeno sei ore piu' tardi, nella strada buia e deserta, animata soltanto dalle liti dei gatti, una sagoma furtiva si piego' su quello stesso lucchetto armata di un mazzo di finte chiavi. Ne provo' una decina, coi nervi saldi, finche' non trovo' quella giusta. Sollevo' la serranda quel tanto che bastava per scivolare dentro, mentre in fondo alla via comparivano i fari di un piccolo camion.
McGuffin era sopra il tavolo da lavoro. Non a caso lo scasso avveniva proprio quella sera. Il suo arrivo non era passato inosservato.
Dopo aver fatto scivolare in strada un buon numero di piccole radio, l'uomo infilo' la testa sotto la saracinesca, controllo' che tutto fosse tranquillo, scambio' due parole con qualcuno la' fuori e, con estrema cautela, alzo' l'avvolgibile fino a meta'.
Condusse fuori per le corna la prima Lambretta. Aiuto' il compare a caricarla. Torno' dentro ad acciuffare un secondo scooter, carico' anche quello. A strizzargli la maglietta si sarebbe riempito un bicchiere. Quando allungo' le mani le aveva umide di sudore. Ma non c'era da fare gli schizzinosi: quell'intervento provvidenziale salvava McGuffin dalle velleitarie riparazioni del Donadio, che ne avrebbero compromesso per sempre i delicati meccanismi.
- Cazzo, un tivu' americano! - esclamo' l'autista non appena lo vide. - Magari ci si puo' pigliare pure i programmi americani, vero Nene'?
- Non dire cazzate, Peppino. Piglia la coperta, va'!
Lo avvolsero per bene e lo incastrarono tra la Lambretta e un mobile radio, per evitargli traumi.
Finalmente il trattamento poteva dirsi adeguato. Finalmente qualcuno sembrava cogliere il grande valore di un McGuffin Electric Deluxe, per quanto un po' danneggiato, con le rifiniture in similradica e diciassette pollici di schermo.
Il portellone si chiuse. Il camion sgommo' sul porfido spaventando a morte due gatti, poi svani' come un soffio nella notte di Napoli.


Capitolo 57
Mosca, Palazzo della Lubjanka, 2 maggio


Il generale Serov dispose la documentazione sulla scrivania, i fogli allineati alla perfezione. Il dossier "Leach-Grant" ammontava ormai a un cospicuo numero di cartelle dattiloscritte. Il rapporto di Zhulianov era meticoloso. Cosi' come le comunicazioni interne dell'MI6 giunte fresche fresche da Londra.
I servizi segreti inglesi avevano passato il peggior quarto d'ora da quando gli stuka di Hitler avevano sorvolato Westminster. Il rapimento di Cary Grant era fallito, ma il risultato era stato raggiunto. Tito aveva perso la faccia con gli inglesi; gli inglesi avevano perso la faccia con Grant e con gli americani. Le fonti riferivano che il commento conclusivo dell'attore, una volta raggiunto il contatto dell'MI6, era stato: "Signori, andate a farvi fottere tutti quanti". Il dossier riportava anche l'imbarazzata battuta di Dyle: "Sono mortificato. C'e' qualcosa che possiamo fare per voi, Mr. Grant?" e la laconica risposta: "Certo. Chiamarmi un taxi per l'aeroporto".
Il generale sogghigno', immaginando la scena.
Il progetto cinematografico dell'MI6 finiva nella pattumiera della Storia prima ancora di vedere la luce.
Poteva ritenersi soddisfatto.
Forse sarebbero
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