<A HREF="54_primaparte120"><</A>
Certo, l'odore dei porti gli dava il voltastomaco, detestava il sale sulla pelle e i miliardari da salotto con la passione della vela; ciononostante, quando fantasticava sul luogo dove avrebbe speso gli ultimi anni, senza nemmeno farlo apposta si ritrovava sempre la', col culo al caldo e il mare negli occhi. Non era una scelta consapevole: criteri ben piu' importanti guidavano la selezione.
Primo, un posto dove Luciano non avesse contatti. Questo escludeva buona parte del pianeta: almeno tutti gli Stati Uniti, una grossa fetta dell'America centrale e i paesi piu' civili del Vecchio continente.
Secondo, niente teste calde in giro, tranquillita' politica e leggi molto comprensive con i cittadini dediti ad alcol, gioco d'azzardo e fornicazione. Paesi musulmani, sovietici e colonie in fermento erano tagliati fuori senz'appello.
Terzo, almeno un locale nel raggio di cinque chilometri dove il barista non servisse bourbon invece che scotch e fosse in grado di shakerare un buon Manhattan. Quindi non l'Africa centrale, tanto meno India, forse neppure il Giappone.
Quarto, nel periodo piu' freddo dell'anno un maglione di lana doveva essere sufficiente per affrontare qualsiasi giornata. Respinte dunque le candidature di Scandinavia, Canada e Inghilterra.
Come si vede, il mare non compariva tra i requisiti fondamentali. Eppure, saltava sempre fuori. Forse perche' Steve aveva imparato la geografia da mozzi e nostromi e non conosceva nessuna citta' che non si affacciasse almeno su un oceano.
O forse perche' aveva vissuto sempre in citta' di mare, anche se a New York ci sono bambini del Queens che non sono mai stati a Coney Island oppure a Orchard Beach, e nemmeno lo sanno che oltre lo Stretto di Verrazzano comincia l'oceano. Perche', tutto sommato, la Hudson Bay ricorda molto un lago, e di sicuro il tizio che guida il traghetto per Staten Island, in mare aperto non saprebbe pilotare un canotto.
E quindi, ricapitolando: Montevideo? Italiani come se piovessero. Poi l'inverno doveva essere freddo, laggiu'. Bahamas? Troppi americani del cazzo. Piuttosto Sidney. No, Steve, troppi italiani anche a Sidney, semmai la Nuova Zelanda, dall'altra parte del mondo. Forse troppo dall'altra parte, anche li' doveva far freddo, di tanto in tanto. Hong Kong? Singapore? Lo sapevano fare un buon Manhattan, a Singapore?

Il marinaio gli aveva detto di starsene buono la' dentro ed evitare di farsi vedere in giro. Il capitano non aveva certo interesse a denunciarlo, una volta arrivati, ma tanto valeva non mettergli il dubbio. Non era un tipo comprensivo.
Per le prime due ore di viaggio, Pierre rimase fedele alla consegna. Rannicchiato nel suo buco, con la gabbietta tra le ginocchia e la borsa di cuoio sotto il braccio, fece di tutto per addormentarsi, l'unico modo per dare tregua allo stomaco. Ma nemmeno un fachiro sarebbe riuscito a prendere sonno, in quelle condizioni. Faceva un caldo d'inferno, l'aria era densa, impacco di sale e lubrificante sulla pelle, pesce avariato in bocca e nel naso. Il mento poggiato sulle ginocchia, Pierre non perdeva di vista il suo compagno di viaggio, angosciato dall'idea che potesse schiattare da un momento all'altro.
Sapeva che non avrebbe resistito a lungo.
Doveva uscire. Ficcarsi due dita in gola e tanti saluti. Al contrario, rischiava di sboccare li', da un momento all'altro, e annegare il piccione. Brutta fine.

La sagoma delle montagne si sciolse all'orizzonte, tutt'intorno nient'altro che acqua. Zollo si avvio' verso la stiva per il consueto controllo di meta' traversata. Con un carico come quello, non si era mai abbastanza premurosi. Cricco' il mozzicone oltre il parapetto e imbocco' le scale per il ponte inferiore.
Giunto di sotto, prima del boccaporto, un rumore sulla destra attiro' la sua attenzione. Se era qualcosa di umano, somigliava assai all'ultimo appello che J. J. Clancy Frongillo aveva lanciato al mondo, prima di morire con la trachea sfondata dai pollici di Steve Cemento. Zollo si sporse, oltre la base di un gigantesco
<A HREF="54_primaparte122">></A>