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arrivata l'occasione del bar. e' stato il Partito a tirarci fuori dalla merda, non tu. Tu eri lontano. Lontano come Ulisse. I padri non ce li possiamo scegliere. E non possiamo non volergli bene. O odiarli se ci abbandonano.
Vittorio Capponi guardava il figlio. Era una lezione quella che cercava, una lezione di vita da un uomo che aveva meno della meta' dei suoi anni e che un giorno aveva abbandonato per seguire la sua natura combattente. In quel momento avrebbe accettato qualsiasi cosa, tutto l'odio del mondo. Era pronto, forse lo era da dieci anni.
Pierre contrasse il viso, si sforzo', ma capi' che doveva lasciar fluire le parole.
- Eppure i padri, prima di essere padri, sono persone. e' questo che penso, ci ho messo tanto tempo per pensarlo. Forse sono venuto qui proprio per dirtelo. Per tanti anni ho desiderato avere un padre come tutti gli altri. Uno che ci avesse aiutati, che si fosse preso cura di noi anche a rischio della galera. Ma la verita' e' che se tu avessi fatto quella scelta, non saresti stato piu' tu. Avresti rinunciato a quello che credevi giusto fare. E questo avrebbe fatto di te un fallito. Fallito come persona, intendo. Facendo la scelta che hai fatto, hai fallito come padre, ma hai seguito le tue idee, quello che sentivi. Cosi' ci hai insegnato che vivere significa credere nella giustizia e costruire il proprio destino, non farselo imporre dagli altri. E per questo, nonostante tutto, sei una persona migliore di tante che vedo al bar, che hanno una casa, un motorino, "l'Unita'" in tasca, le chiacchiere con gli amici, e che di scelte non ne vogliono piu' fare. I loro figli forse oggi sono diplomati e laureati, e hanno un buon lavoro, ma non sapranno mai quello che so io.
Aveva due lacrime appese alle ciglia. Restavano li', in bilico, non scendevano e non si asciugavano. Suo padre rimaneva immobile, forse sentiva lo stesso magone.
Pierre prosegui': - Ecco, e' questo che sono venuto a dirti. Che quello che e' successo non si puo' cancellare, ma e' troppo tardi per odiarti e perche' tu continui a sentirti colpevole. Non serve a nessuno.
Strinse i denti, Pierre odiava il sentimentalismo, soltanto con le donne si poteva essere sentimentali, non tra uomini, non tra padre e figlio.
Si alzo', raccolse la valigia e apri' la porta di casa. Radko sgattaiolo' fuori, entusiasta dell'aria mattutina.
Sulla soglia i due uomini si guardarono per un momento, imbarazzati dall'intimita' delle parole.
- Hai detto delle cose importanti, Robespierre.
- Ho detto la verita', babbo.
Vittorio sfilo' due buste dalla tasca della camicia e le consegno' al figlio.
- Una lettera per Nicola e una per Iolanda. Faccio molta fatica a scrivere in italiano, ma credo che loro riescono a leggere lo stesso. Parla con tuo fratello e digli che gli voglio bene.
Pierre annui', senza piu' parole.
Si strinsero la mano come vecchi amici.
- Buona fortuna.
- Anche a te.
Infine si abbracciarono.

Quando fu in cima alla collina che sovrastava la casa, il fischio del padre richiamo' Radko, che lo aveva scortato fino a quel punto.
Pierre si volto' e lo vide in piedi sull'uscio, vecchio partigiano comunista fiaccato dalla vita. Non era compassione quella che provava. Non sarebbe stato giusto, Vittorio aveva scelto da solo e non era pentito. Capi' di non aver detto tutto, di essersi tenuto qualcosa, e per un attimo ebbe l'istinto di correre giu'.
Mi hai attaccato la tua stessa malattia. Ho fatto carte false per venire qui. Anch'io non riesco ad accettare il destino che mi vogliono imporre. Ho un lavoro, un talento per il ballo, un'amante, e nessuna prospettiva. Posso continuare a fare il barista, a ballare finche' ho fiato, a incontrare di nascosto la mia donna, finche' lei vorra'. e' tutto qui? Non c'e' nient'altro? Mi deve bastare? No, babbo, non mi basta, ci deve essere qualcos'altro, forse altrove, forse in un altro mondo, come e' stato per te. Forse e' anche per questo che non sono mai riuscito a odiarti. Perche' anch'io sono come te. Anch'io non riesco ad
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