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una polo blu e un paio di pantaloncini da bagno dello stesso colore. Ha gli occhiali da sole e stringe qualcosa in mano. Forse un libro.

Si chiamano Elafiti, una decina di piccole isole tra l'estremita' orientale di Mljet e il porto di Dubrovnik. Il nome ha a che fare con i cervi, ma non e' chiaro se sia dovuto alla presenza di questi animali, ora del tutto scomparsi, oppure all'aspetto d'insieme dell'arcipelago, che ricorda, come una costellazione, le fattezze del cervo.
ipan, Lopud e Kolocep sono le uniche abitate. Su ipan, la maggiore, gli insediamenti sono due, ipanaka Luka e Sudurad, sul versante opposto.
A meta' strada tra i due paesi, nascosta tra rocce e ginestre, una casa malmessa domina dall'alto un tratto di costa disabitato e inospitale.
Forse per questo Vittorio Capponi, che vive li' da circa due mesi, non ha mai visto nessuno gettare l'ancora da quelle parti. Al massimo un gozzo di passaggio, al mattino presto, o di notte, al largo, a pescare totani con la lanterna. Ma uno yacht di quelle dimensioni, mai. Talmente grande da portarsi appresso, sollevata a poppa su due carrucole, una scialuppa a motore, grande abbastanza per quattro persone.
Turisti? Difficile. Ti pare che uno con una barca del genere viene a farsi il bagno li', nel punto piu' deserto di tutta l'isola? Quella e' roba da gran signori, altroche', da far vedere in giro, nei posti alla moda, sulle spiagge rinomate, non a meta' strada tra ipanaka Luka e Sudurad, in mezzo alle capre e ai pescatori di totani.
Eppure. Vittorio stringe gli occhi, porta una mano alla fronte per schermarsi dal sole. Eppure si', Radko, guarda. Mettono in mare la scialuppa, puntano sulla spiaggia.
Non sono divise militari, quelle?
Puttana vigliacca! Sono venuti a prendermi!

Pierre si gode il sole primaverile steso sulla sabbia, torso nudo e pantaloni arrotolati alle ginocchia. Pensa ad Angela, a cosa stara' facendo in quel momento, a quello che le dira' al ritorno in Italia. Il profumo, i capelli e infiniti dettagli del corpo gli piovono in testa all'improvviso. Una specie di brivido lo attraversa dai piedi alle spalle. Pensa a quello che vorrebbe dire al padre, al nodo che vorrebbe sciogliere una volta per tutte.
Decide di tirarsi su, prima di arrostire. Gambe liquefatte dal caldo e vapori nel cervello.
Scrolla la sabbia e raggiunge la battigia con passo malfermo.
Poggia il culo nell'acqua trasparente e si dispiace di non aver mai imparato a nuotare. Zia Iolanda ci aveva provato un sacco di volte, a convincerlo, ma lui niente. Non capiva tutta quella fatica, per il solo gusto di attraversare il Santerno, li' dalla pozza, dove si faceva il bagno d'estate. L'acqua era fresca anche a riva e bastava mettersi seduti per entrarci fino al collo.
Pero' il mare e' un'altra cosa. Quello si' mette voglia di nuotare, guardare la spiaggia da prospettive diverse, andare lontano, incontro alle onde, ai gabbiani.
Quando sente il rumore del motore ha un soprassalto. Si avvicina al blocco di scogli che lo separa dall'altra spiaggia e sbircia oltre la roccia. Tre uomini trascinano in secca un grosso canotto. Il quarto e' un signore dinoccolato che si guarda intorno come ammirasse il paesaggio, poi siede sulla sabbia e apre un libro.

Un turista resterebbe affascinato dal fondale roccioso, ricoperto di anemoni e posidonia.
Con un colpo di pinne inseguirebbe un banco di piccoli suri nelle virate unanimi e improvvise.
Magari si spingerebbe in profondita', per cercare una stella marina o l'occhio di una seppia che spunta dalla sabbia.
Sfilerebbe il coltello allacciato alla caviglia per staccare patelle dalla roccia.
Un turista esulterebbe alla vista della tartaruga caretta, rara in queste acque.
Ma Ivo Radelek non e' un turista.
L'unica cosa che gli interessa vedere ce l'ha di fronte: lo scafo bianco dello yacht privato del presidente Tito. Mentre si avvicina cerca di non pensare ai mesi trascorsi a Goli Otok, l'inferno dei cominformisti, dove Tito lo ha recluso perche' di lui si perdesse
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