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libro, la carta di diverso colore e grammatura, ogni singola copia fatta entrare in galera. Leggevo portando occhialini a pince-nez che mi facevano sembrare un intellettuale. Io, operaio, figlio di contadini poverissimi.
Oggi sono alla guida della nuova Jugoslavia, sfoggio un panama nuovo e tra venti minuti ricevero' Cary Grant. La caffettiera sibila, il caffe' e' pronto. Sara' uno di quelli che alza il mignolo tenendo la tazzina? E se vuole il te'? No, adesso e' americano, gli americani bevono caffe'. Il primo americano che ho conosciuto... quando e' stato? Al Lux, sotto la doccia, quasi trent'anni fa. Raccontarglielo?
Vestito bianco, camicia celeste, cravatta indaco intonata al calzino.
Quell'intervista su "Life", quando andammo all'Onu. Belle fotografie, ma Bebler e Djilas dissero che sembravo un "dittatore sudamericano", che dovevo "ostentare" di meno o avrei respinto l'opinione pubblica occidentale. Curioso, solo poche settimane prima avevo parlato di specchi con Kardelj.
Teste dure, non vogliono capire. Loro non hanno mai risparmiato per comprare il cappello ornato di penne dell'associazione ginnica. A Kamnik (cos'era, il 1911?) e a Vienna, la scuola di ballo, quella di scherma, lo sci. Avere cura d'ogni dettaglio, migliorare sempre il proprio modo di fare le cose. Nel '13 divenni campione di scherma del reggimento, mi ammisero a quel grande torneo, arrivai secondo e feci una tale impressione che mi mandarono al corso per sottufficiali. Piccoli passi sul cammino che mi porto' a vedere la Rivoluzione d'ottobre e diventare bolscevico. Avrei potuto condurre la nostra rivoluzione senza un portamento all'altezza del compito? Piccoli passi, anche quel cappello.
Un giorno lo capira' anche Djilas: la Lega dei comunisti jugoslavi governa questa repubblica col consenso dei popoli che l'hanno fondata, un mosaico di razze, culti, tradizioni. Al vertice c'e' bisogno di rituali e di ruoli certi. Senza rituali e simboli comuni, senza un garante della coesione della comunita', saremmo finiti. Ogni dettaglio della mia figura pubblica e' un simbolo, deve trasmettere il messaggio: "Io sono tutto e voi siete tutto insieme a me!" Il taglio perfetto della mia uniforme da' concretezza all'orgoglio dei lavoratori.
Stalin sembrava strozzato dal colletto della giubba. La prima volta che lo vidi, mi diede una penosa impressione di goffaggine. Io ho fatto bella figura anche a Buckingham Palace, un uomo vero tra damerini esangui e vecchi bacucchi. Portare un soffio di rivoluzione e di nuovo mondo a Buckingham Palace. Non e' impresa da titani anche questa?
Stalin. Sono l'unico che puo' dire di averlo piu' volte contraddetto in pubblico. Certo, altri l'hanno fatto. Ma non possono piu' raccontarlo. "E adesso che si fa, eh?" mi chiedono tutti. Da Mosca, dopo molto tempo, arrivano timidi segnali. Djilas alza un polverone. Spie di Serov in ogni angolo, molto probabile. Gli inglesi mi propongono un film. Davvero buffo. Un modo bizzarro per far conoscere all'Occidente il nostro socialismo. E allora dico: portatemi Cary Grant.
Mancano dieci minuti.
Gli dara' fastidio il fumo?
Enter Cary. Barba rasata, finalmente, e un completo spedito da Palm Springs per l'occasione. e' il Cary Grant che tutti conoscono, che Tito immagina di conoscere, nervi d'acciaio intenti a sgominare una rete di nazisti in Notorious. Tito si esprime in un inglese passabile, a parte qualche false friend: dice "anemic" anziche' "enemy". Cary non lo corregge. Com'e' consuetudine quando fa l'anfitrione, Tito prepara il caffe' di persona. Cary lo osserva divertito. Qualche accenno a Trieste, il cappotto recuperato in men che non si dica dagli agenti del Gma. E questo Rizzi chi sarebbe? Un poeta. Ah. Tito racconta della sua prima visita a Trieste. Aveva diciott'anni, ci arrivo' a piedi, ottanta chilometri da Lubiana. Le dimensioni del porto lo annichilirono. Si senti' perduto.

Grant chiede a Tito della rottura con Stalin, aggiungendo: "C'e' voluto del fegato, quello pareva uno dei cattivi dei film di
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