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fascisti. Io si', io fatto guerra contra taliani. Tu parli e io traduce.
- Voglio sapere dove prelevare la merce e consegnare il pagamento.
La traduzione fu rapida.
Bulatovic pronuncio' poche parole.
- Dice dopodomani in Dubrovnik. Al porto. Tu controlli la merce, poi paghi.
Zollo annui'.
- Dice anche che tu molto pericolo qui. Mikhail ha molti nemici, gente che vuole mettere le mani su suoi affari. Capisce? Lui deve tenere tutti al loro posto. Spende denaro per pagare soldati, e per difendere la tua vita. Se lui no controlla tutto, suoi nemici ti ammazzano per rovinare suoi affari.
La solita merdosa storia. Il re pastore si era fatto avanti solo per tirare la corda. Zollo si alzo'.
- Digli che il prezzo resta lo stesso delle altre volte. Alla mia pelle ci penso da solo. Okay?
Il tizio tradusse e Bulatovic rimase a fissarlo per alcuni secondi, come stesse valutando qualcosa.
Zollo si senti' una giubba blu che difende lo scalpo dagli indiani.
Giro' sui tacchi, anche se l'idea di dare le spalle a quella gente lo entusiasmava poco. Prima di uscire sputo' per terra.
Mentre camminava verso la nave si chiese quanto ci avrebbero messo a seguirlo. La porta della bettola sbatte' dietro di lui.
Eccoli.
Si fermo' e accese una sigaretta con tutta calma.
Erano i due guardaspalle.
Li osservo' avvicinarsi, fumando.
Impugnavano delle Luger del '45. Ferraglia buona per la limatura.
Le prove di forza non gli piacevano. Erano soltanto gesti retorici per dimostrare chi aveva il cazzo piu' duro. Ma quella gente era cosi', parlava una lingua antica.
Estrasse la Smith & Wesson silenziata e centro' entrambi alla rotula sinistra, prima che avessero il tempo di prendere la mira.
Il resto lo fece a calci e col serramanico che portava in tasca.

Quando rientro' nella bettola aveva la giacca sgualcita e una macchia di sangue sulla manica. Bulatovic e l'interprete rimasero pietrificati al tavolo, dello stesso colore, quasi facessero parte di un'unica scultura in legno.
Zollo si avvicino', la stessa espressione di quando era uscito.
Il trafficante udi' un pluf dentro il bicchiere che aveva davanti.
Mentre l'acquavite si tingeva di rosso intravide due orecchie galleggiare.
Zollo mormoro': - Adesso sai chi e' il peggiore tra noi due.
Si rivolse all'interprete: - Ci vediamo a Dubrovnik.
Questa volta usci' guardandosi le spalle.


Capitolo 51
Mljet, 29 aprile


Accadde cinque anni fa. Kardelj, che quella sera aveva cenato con me, sosteneva l'esigenza di fare il punto sulla teoria leninista in Jugoslavia e respingere le accuse di "trotzkismo" partite da Mosca. Dal fondo del corridoio lo specchio ci spiava, i doppelgngeren seguivano le nostre mosse, forse pronti a rimproverarci. Eccoci, ben nutriti e agghindati, cosi' diversi dai giorni della konspiracija. Era solo vanita' a dettarci la presa di posizione che ci consegnava alla Storia? Scoprimmo (a notte alta e' inevitabile) che gli specchi hanno qualcosa di mostruoso. Kardelj disse che lo specchio e' una macchina infernale, perche' separa l'individuo dalla comunita', stimolandone il narcisismo piccolo borghese. Io replicai: - E come li curi i tuoi baffi, chinandoti sulle pozzanghere? - e aggiunsi che, al contrario, lo specchio congiunge l'individuo alla comunita', e il suo ingresso nelle case dei proletari ha cementato l'orgoglio di classe, quel senso del decoro sbattuto in faccia ai padroni, "Noi non siamo nulla, e vogliamo essere tutto! Possiamo essere, e siamo, piu' eleganti di voi!" e' grazie a quel decoro, a quella fierezza, che si e' vinta la guerra.
Eccomi. Fra una settimana compio sessantadue anni. Tempie brizzolate, leggero accenno di doppio mento, ma ancora me la cavo, ho una moglie giovane e bella. Stalin e' morto, io sono vivo. E non sono piu' un ilegalac. Quando mi guardo allo specchio, quei giorni non mi mancano. Come potrebbero? Due guerre, prigionie, pestaggi, latitanze e privazioni. Lepoglava, Maribor... Non ho piu' avuto tanto tempo per leggere. Ricordo ancora l'odore di ciascun
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