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vediamo, Carlo... Carlo Alberto Rizzi, direi, si', proprio cosi', Carlo Alberto Rizzi. Non ci sono dubbi. Le cose si mettono al meglio, mister Kaplan. Entro sera, ritroveremo il portafogli.

Nel frattempo, il poeta triestino Carlo Alberto Rizzi avrebbe cercato inutilmente un poema patriottico nelle tasche del montgomery, trovando al suo posto un portafogli in pelle, duecento dollari e il passaporto inglese del signor George Kaplan.


Capitolo 50
Porto di Bar, Montenegro, 28 aprile


Un misto di pesce, nafta e sudore. L'odore dei porti. C'era cresciuto in mezzo fin da quando aveva potuto camminare sui docks, per scroccare qualche centesimo agli scaricatori e sentire i marinai raccontare le loro fantastiche balle. Odore di uomini truci e spacconi, pescherecci, molluschi avvinghiati ai piloni del ponte. Anche quando era andato a fottere la prima volta, la puttana piu' giovane che poteva permettersi. E c'era ancora quell'odore mentre zavorrava i piedi a quei cristi, sordo alle suppliche e alle promesse di tutte le ricchezze del mondo.
Scese dalla nave con la nausea. Non era mal di mare, era schifo per gli infiniti lavori di merda che aveva fatto nella vita. Per scoprire che quello che gli riusciva meglio era saldare i conti aperti da altri, in cambio di una buona paga, un completo pulito e una cravatta intonata. Era bastato il giro delle raffinerie siciliane a rivoltargli il rancore nella pancia: adesso gli toccava un porticciolo pidocchioso, frequentato dalla peggiore feccia che il buco del culo del mondo potesse cagare sulla terra. Un altro lavoro per Steve Cemento.
Solo una cosa lo manteneva lucido: la determinazione. L'ultimo carico ed era fatta. Toni il lionese lo aspettava a Cannes, per piazzare la sua droga.
Incamminandosi verso le tre sagome in fondo alla banchina, ripenso' alle parole di Luciano: "Mi raccomando, Steve, tutto come le altre volte. E se provano a tirare sul prezzo, mandali a fare in culo insieme alle loro madri. And take care, okay?"
Le tre facce erano una collezione completa di quello che un'arma da taglio puo' produrre su un volto umano. Soltanto i baffi spioventi nascondevano in parte lo scempio. Indossavano giacconi puzzolenti e berretti da marinai di lana putrida. Emanavano quell'odore.
Si fermo' davanti a loro e resse gli sguardi senza batter ciglio.
- Bulatovic.
Quello in mezzo fece cenno di seguirlo. Zollo si incammino' dietro di loro.
Lo scortarono dentro una bettola da cui provenivano musica e risate. Nel locale si stipava una trentina di uomini, all'angolo in fondo un vecchio strimpellava la fisarmonica. Alcuni avventori erano militari, barbe lunghe e divise slacciate per il caldo. Il fumo di sigarette e narghile' creava una nebbia fitta, oltre la quale Zollo intravide quello che doveva essere il suo uomo. Nei viaggi precedenti aveva avuto a che fare con intermediari, ma questa volta la partita di eroina era molto grossa: il capo in persona si era scomodato per riceverlo.
Mikhail Mehmet Bulatovic era seduto a uno dei tavolacci affumicati. Due energumeni stavano in piedi alle sue spalle. Al confronto, i tre tizi di prima erano carini.
Bulatovic portava un completo fuori moda di almeno vent'anni ed era mal rasato, come se la pelle coriacea avesse opposto strenua resistenza alla lama. Il genere di soggetto che Zollo detestava dal profondo. Un bifolco megalomane che si credeva lo Zar di tutte le Russie, solo perche' aveva in tasca qualche ufficiale e smerciava droga alla testa di una banda di tagliagole. Nessuna regola.
Erano personaggi del genere a muovere la ruota del narcotraffico mondiale. Decine, forse centinaia di piccoli cesari di provincia a caccia di soldi e gloria. Trattenne la voglia di sputare per terra.
Bulatovic fece cenno di sedersi di fronte a lui. Occhi da assassino, grigi e inespressivi. Zollo ne aveva visti parecchi. Strinse una mano ruvida e prese posto. Gli offrirono acquavite che sorseggio' appena.
Uno dei tizi del porto disse: - Mikhail no parla taliano, dice che e' lingua di
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