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setole fastidiose. Raymond aveva osato proporgli una barba finta ("Mr. Raymond, ho smesso di fare il saltimbanco trent'anni fa e non ho intenzione di ricominciare adesso").
Avrebbe dato tutte le banconote del portafogli per essere in grado di concentrarsi in mezzo alla confusione.
Per riflesso condizionato, Cary allungo' una mano sonnambula a tastare il montgomery, in corrispondenza della tasca in cui...
Vuota. Nessun confortante gonfiore.
La mano si sposto' a saltelli verso l'altra tasca e la frugo'. Le dita afferrarono un pezzo di carta.
Cary spalanco' gli occhi con un sussulto e spiego' il foglio davanti al naso.
Il maggiore Dyle si interruppe.
Cary giro' il foglio per leggerlo. Una lingua incomprensibile. Italiano. Un titolo in grande, al centro, stampatello. Poi, una riga sotto l'altra, qualcosa come i versi di una poesia, qualche scarabocchio, parole cancellate da un tratto di penna.
- Di che si tratta, Mr. Kaplan? Sembrate sconvolto.
- Lo sono, maggiore. A quanto pare questo non e' il mio montgomery.
- Non e' il vostro? - esclamo' Dyle in un'interpretazione molto sopra le righe di Scemo Stupefatto. - E di chi e', allora?
- Non mi sono ancora fatto un'idea. Questo foglietto vi dice qualcosa?
Il maggiore inforco' un paio di pince nez e si concentro' sulla grafia svolazzante. Era di quelli che accentuano qualsiasi atteggiamento, come caratteristi di serie B. Se la situazione richiedeva stupore, Dyle era l'uomo piu' stupito del mondo; se ci si aspettava che si concentrasse, le pieghe della fronte si corrugavano subito in cinque o sei rotoli; se doveva mostrarsi affabile, l'unico modo per disattivare il sorriso piacione era fargli inghiottire i denti.
- Si direbbe italiano, - disse dopo un lungo sforzo. - Il titolo dice: "Povera Patria", Poor Fatherland. Vi suggerisce niente?
- Mi suggerisce che qualcuno deve aver scambiato il mio montgomery per il suo, e dev'essere successo a Trieste, in quel caffe' del centro, come si chiamava?
Cary ricordava molto bene di essere entrato nel locale, di aver ordinato il te' e di averlo pagato subito, si', e che il cameriere si era fatto dare il montgomery, appeso alla sedia, per portarlo all'attaccapanni. Poi? Poi niente, il portafogli non gli era piu' servito: nessun altro pagamento e le dogane passate su auto del corpo diplomatico.
- Fermati al primo paese, Howard, - ordino' il maggiore Dyle, - e cerca un telefono.
Poi si rivolse a Cary, sempre chiamandolo Kaplan, per via dell'autista: - Potreste darmi una descrizione del vostro montgomery, Mr. Kaplan?
Cary aggrotto' le labbra, l'otto volante accelerava: - Il mio montgomery e' i-den-ti-co a questo, maggiore, lo scambio e' stato causato proprio da tale somiglianza, non trova?
- Oh, certo, Mr. Kaplan, elementare -. Sherlock Holmes bofonchio' qualcosa, poi riprese: - E il vostro portafogli? Me lo sapreste descrivere? Vi ricordate cosa conteneva?
- Un semplice portafogli in pelle, lungo e piatto. Dentro: il passaporto, due banconote da cento dollari, qualche spicciolo in lire, e... non ricordo altro, maggiore.
- Bene, mister Kaplan, dimenticate l'incidente. Con l'aiuto dei nostri agenti a Trieste, sara' come non averlo mai perso, quel portafogli. E badate, non dico questo per orgoglio nazionale o per rassicurarvi inutilmente, vedete...
- Mi passate un attimo il foglio? - domando' Cary con grande tempismo. Se lo lasciava partire su quel terreno era finita, almeno mezz'ora di tirata sull'efficienza degli agenti di Sua Maesta'. Poi, aveva notato qualcosa. Sul retro, qualcuno aveva riprodotto una firma decine di volte. La calligrafia sembrava la stessa del poema. Le firme erano quasi identiche, con piccole varianti qua e la', quasi a sperimentare la piu' elegante.
Cary strinse gli occhi e cerco' di decifrare l'arzigogolo. Poi chiese conferma.
- Questo e' un dato interessante, maggiore. Ai vostri amici non dispiacera' avere un nome da cui partire, no? Cosa ci leggete?
Dyle scruto' il foglio come se si trattasse della stele di Rosetta.
- Mmh,
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