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evitato per miracolo il frontale con un camion. Sulle dissestate strade italiane, Cary aveva scoperto, all'eta' di cinquant'anni, che leggere in auto gli dava il voltastomaco. Aveva rovesciato le budella in un fosso puzzolente, senza riuscire a salvare le scarpe da fango e vomito.
In quel preciso istante, i testicoli erano saliti sulla giostra.
Aveva iniziato la lettura del dossier Dyle il giorno prima, nella calma accogliente di un caffe' triestino, davanti a una tazza fumante di te' nero. Li aveva convinti a lasciarlo solo per qualche ora, il tempo di fare un giro, che stessero tranquilli, conciato in quel modo nessuno poteva riconoscerlo. Si erano accordati per una sorveglianza discreta e distante. Distante poi, non troppo. La raffinata specchiera restituiva nitida l'immagine dei due inglesi incaricati di seguirlo ovunque, intenti a tracannarsi una birra alle tre del pomeriggio.
Nel 1947, ai tempi di un'insurrezione comunista in quel della Grecia, il maggiore Alexander Dyle si era impegnato per ottenere dal Maresciallo Tito la chiusura della frontiera macedone. Nessun comunista doveva sfuggire alla repressione. Una mattanza, fucilazioni di massa per ordine di Churchill. Il genere di soluzione che Cary trovava disgustosa. Non c'era bisogno di essere comunisti per giudicarla una carognata. Quando hai vinto, hai vinto, non serve infierire. Com'e' che dicevano i latini? Est modus in rebus, o qualcosa del genere.
Aveva sorseggiato l'Assam Blend deciso a esporre quel parere al maggiore in persona, quando se lo fosse trovato di fronte. Cosa che accadde il giorno dopo, al confine tra Zona A e B del Territorio libero di Trieste. Il maggiore Dyle, funzionario britannico sul suolo jugoslavo, veniva a prendere in consegna Cary, per condurlo fino a Dubrovnik.
Aveva in testa un vecchio headcoat penoso, visiera davanti e dietro, tessuto di tweed grigio topo.
Aveva baffi ridicoli.
Fumava con sussiego una pipa ricurva come un sassofono.
Non smise di parlare per dieci minuti filati, e, con pause minime, per le restanti tre ore.
Cary non si intendeva di fisiognomica. Affermare che i tratti del volto possano informare sul carattere di una persona gli sembrava ipotesi eccessiva, suffragata da molti idioti con la faccia da idiota e smentita da troppi delinquenti con aria da gentlemen. Tuttavia, aveva una tecnica per riconoscere gli imbecilli. Piu' che tecnica, un sesto senso. Infallibile. Basato su un concetto appena allargato di "aspetto esteriore", che non si limitasse cioe' al volto, ma arrivasse a comprendere il modo di parlare, la scelta dei vestiti, l'incedere. Solo per indulgenza verso il prossimo, evitava di assegnare il cento per cento di probabilita' alle diagnosi.
Con Dyle, si limito' al settanta.
Le informazioni del dossier aggiungevano venti punti percentuali.
Centocinquanta chilometri, centottanta minuti e migliaia di parole furono piu' che sufficienti per i restanti dieci.
L'ennesima conferma. Un cretino.
Per fortuna, grazie a quel talento, Cary intui' subito quale terribile errore avrebbe commesso intavolando la discussione sui comunisti greci, Tito, e lo stile dei vincitori.
Al chilometro centosessanta, superata Jablanac, Cary finse di addormentarsi, ma lo stratagemma, troppo infantile, non servi' a zittire il maggiore. Devio' soltanto il flusso della logorrea verso l'autista, vittima innocente di roboanti valutazioni di politica internazionale.
L'otto volante prese a girare piu' forte, coi suoi testicoli sopra.
Cary rimpianse i corsi di meditazione consigliati da Betsy, nei quali non andava mai oltre la lezione di prova. Pur senza riuscire a dormire, avrebbe chiuso gli occhi, respirato profondamente, rilassato le membra. E fissando l'occhio della mente su un punto sopra il labbro, dove il fiato in uscita dal naso va a sfiorare la pelle, avrebbe evitato di annegare nel torrente melmoso di cazzate che usciva dalla bocca del maggiore.
Quella zona del corpo, appena sopra il labbro, punto d'incontro eccetera, era al momento ricoperta di
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