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del corpo nello scuotere la testa. - Macche' freddo. Apriamo, apriamo.
- Va bene, - concesse Angela, e attraverso' la stanza pulita di fresco fino alla finestra.
- Non e' successo niente, vero? - domando' ancora Ferruccio, e senza aspettare la risposta, continuo' a parlare: - No, no, figurati, mica niente! Si e' solo un po' agitato, ogni tanto gli succede, pero' il naso a un infermiere... Ti pare? Da quando gli hanno sospeso quel medicinale lui non sta piu' tanto tranquillo. Per niente.
Il sacchetto della pasticceria era ancora intatto, sul comodino.
- Non lo mangi il bombolone, Fefe? L'ho preso apposta per te! - Ferruccio si volto' per guardarlo, Angela si diede mille volte della cretina e si avvicino' al letto per imboccarlo.
- Vai pianino, eh? Non cosi' in fretta!
- Cosa mi dice Marco se mangio troppo in fretta? Eh, Ferruccio, lo sai che non va bene, dopo ti gonfi, se continui cosi' te lo porto via.
A dispetto della regola, Fefe divoro' il bombolone in tre bocconi.
Angela controllo' l'orologio. Quasi mezzogiorno. Si diede ancora cinque minuti. Ferruccio non doveva stancarsi troppo.

Sul taxi cerco' di trattenere le lacrime. Ma non poteva impedire che i pensieri le si contorcessero in testa come serpenti. Si sforzo' ancora, un lungo respiro. Abbracciare Pierre le avrebbe fatto bene, anche solo parlargli al telefono. Accidenti a lui, alla fregola di andare in Jugoslavia, di trovare il padre, di vedere il mondo! Dovevano essere i famosi "quindici giorni senza Odoacre". Quindici giorni per loro due soli. Adesso, con la ricaduta di Ferruccio, Pierre avrebbe potuto starle vicino. Ma si sarebbe messo a imprecare contro la malasorte, avrebbe bestemmiato contro la propria impotenza, la poverta', la loro storia senza futuro. No, a ripensarci Pierre non le sarebbe stato di grande aiuto, se non per sfogare in una notte la tristezza che aveva dentro.
Si accorse di pensare a lui come a un ragazzino. Era affascinante, bello, ricordava ancora la prima volta che i loro sguardi si erano incrociati, in balera. Aveva quel sorriso appena accennato, da divo del cinema, la mano infilata nella tasca dei pantaloni, il ricciolo tirabaci imbrillantinato, che ondeggiava durante i volteggi in pista. Il Re della filuzzi. All'improvviso trovo' tutto ridicolo. Inutile.
Il buco nero dei pensieri divenne voragine. Si senti' vecchia, come avesse vissuto il doppio. Era la madre di Ferruccio, per forza. Era la madre di Pierre, anche lui orfano, a caccia di avventure per dimostrarsi all'altezza di un padre misterioso. Forse era piu' vecchia anche di Odoacre, che non aveva conosciuto fame e miseria, non aveva tirato su un fratello matto, senza una lira, senza niente. Per questo l'aveva raccolta dalla strada, regalandole un futuro decente. Si penti' subito di avere pensato una cosa del genere. Odoacre aveva lasciato il convegno e stava tornando per starle vicino. L'amava davvero, era lei che lo tradiva. Si sentiva male, il rimorso attanaglio' lo stomaco, un brivido la scosse. Con l'ultimo fiato, imploro' l'autista di fermarsi. Apri' la portiera e vomito' sul selciato.


Capitolo 49
Tra Trieste e Dubrovnik, 28 aprile


All'altezza di Jablanac, Cary ne ebbe la certezza: il maggiore Dyle era un cretino.
Certo, quel che aveva letto di lui, sul dossier dell'MI6, non lo aveva proprio ben disposto nei suoi confronti. Solo un cretino importante poteva reggere un simile curriculum senza sprofondare. Ma erano intervenuti altri fattori, primo fra tutti l'abbigliamento, poi la pronuncia affettata da milordino, bocca a culo di gallina e gran lavoro di faringe. Insopportabile.
D'altra parte, non era tutta colpa del maggiore se, in quei giorni di aprile, le palle di Cary giravano in maniera tanto vorticosa. Era partito sperando che Archibald Leach e Frances Farmer lo avrebbero lasciato in pace per un po'.
Altri seccatori tramavano nell'ombra.
Solo nel tragitto da Trieste alla frontiera, l'auto messa a disposizione dal Gma aveva forato, rischiato d'investire un ciclista ed
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