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puoi dare ma a Davide no, per niente. Troppa acqua fredda fa male e se la bevi ancora cosi' in fretta non te ne do' mai piu'. Qua ci sono delle regole, lo sai.
Va bene, le regole, non e' successo niente. Pero' adesso mi fate alzare che mando via i mostri?

L'infermiere camminava svelto, spronato dal battere nervoso dei tacchi dietro di lui.
Dopo tre quarti d'ora di colloquio col sostituto del marito, Angela non era affatto piu' tranquilla, men che meno soddisfatta del resoconto sommario che si era dovuta sciroppare. - Una cosa improvvisa, non ce l'aspettavamo proprio, fino all'altro ieri andava tutto a gonfie vele...
Avrebbe parlato volentieri con Marco, che conosceva Fefe da tanto tempo e capiva le sue reazioni piu' di chiunque altro. Ma Marco era in licenza matrimoniale e non sarebbe tornato prima di una settimana.
Man mano che avanzavano nel corridoio, Angela cercava di imporsi una calma impossibile, unghie piantate nel cuoio della borsetta, lisoformio respirato a grandi boccate.
Ferruccio l'avevano messo in una stanza diversa, al terzo piano, una stanza tutta per lui. Angela sapeva bene cosa significava. Odoacre, al telefono da Roma, gliel'aveva ricordato, per evitare brutte sorprese. "Giusto per oggi, me lo hanno assicurato. Piu' che altro per evitare che si faccia male da solo... "
Proprio Odoacre le aveva dato la notizia, e anche il fatto che avessero avvertito prima lui non le andava giu', la faceva sentire inutile. D'accordo, lui era il primario della clinica, seguiva di persona la terapia di Ferruccio, era il capofamiglia e tutto il resto, ma chi se ne frega, la sorella avra' pure il diritto di saperlo per prima, no?
Per questo, quando il marito le aveva promesso che sarebbe tornato a casa quella sera stessa, mollando il Convegno e gli illustri colleghi, Angela aveva avuto uno scatto d'orgoglio: - Rimani pure a Roma, - aveva insistito, - non c'e' bisogno che ti stai a scomodare, sono capacissima di provvedere a mio fratello anche da sola.
Poi, ci aveva ripensato. Conosceva Odoacre, sapeva quanto teneva al lavoro e Fefe non era poi cosi' grave. Se tornava, era per starle vicino. Per lei, non per Ferruccio.
- Buongiorno, signora Montroni. Passi, passi pure.
L'anziano inserviente strizzo' lo straccio da pavimenti, lo lascio' cadere nel secchio e fece un leggero inchino.
- Buongiorno, Sante, - rispose Angela in tono distratto.
- Ho saputo di suo fratello, mi dispiace tanto, sa?
- Cosa vuole, speriamo sia una cosa passeggera -. Angela odiava i convenevoli, ma Sante era sempre gentile con Fefe, sempre disponibile e paziente, e l'interessamento era sincero.
- Gia', speriamo, era da parecchio che lo vedevo strano, si figuri che lunedi' non ci ha nemmeno portato le sigarette.
- Allora doveva essere proprio in crisi! - provo' a scherzare Angela, ma non le riusci' troppo bene.
Subito prima dell'ultima porta, l'infermiere si volto' verso di lei: - Signora... - disse in tono compassionevole.
Angela fece di si' con la testa, un cenno esagerato, insistente, per risparmiarsi il seguito: - Lasci perdere, grazie, conosco la prassi -. Poi nascose il viso tra le mani, perche' "conoscere la prassi" non le dava alcun conforto.
La porta si apri'. Ferruccio era sdraiato sul letto, lo sguardo fisso, la coperta ben rimboccata. Le tre cinghie si intuivano appena: sul petto, in vita e alle caviglie. Angela si sforzo' di non pensarci, di sgombrare la mente dai brutti ricordi e andargli incontro con un sorriso.
- Ciao, Fefe, ti ho portato i bomboloni alla crema.
- Si', va bene. Mi puoi aprire un po' quella finestra, che devono uscire i mostri?
- Quali mostri, Fefe?
- Eh, lascia perdere, lui i mostri ce li ha qua dentro, sai?, meglio lasciar stare.
Parlava sempre in terza persona di se stesso, quando non stava bene, e ripeteva a pappagallo le frasi che aveva sentito e che lo riguardavano. Angela annuso' l'aria e capi' subito cosa non andava.
- Non hai freddo con la finestra aperta?
- No, no! - grido' Ferruccio mentre concentrava tutte le forze 
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