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dell'obiettivo. Sigaretta fumata con un lungo bocchino. Faceva un po' gangster, ma mostrava un certo stile.
Quello che diceva il documento: il leader del comunismo jugoslavo era fiero di avercela fatta da solo. Non avrebbe mai autorizzato stratagemmi narrativi che togliessero un sedicesimo di oncia di merito a lui e ai suoi soldati.
Quello che Cary penso' dopo la lettura: Josip Broz gli era simpatico.
Quello che concluse dopo un'ora di libere associazioni: lui e Tito avevano molto in comune.
Innanzitutto l'evidente interesse per faccende di stile e di sartoria. Secondo il dossier, Tito aveva disegnato di persona la divisa dell'esercito nazionale jugoslavo. C'era anche un aneddoto: il 25 maggio 1944, poco prima dello sbarco in Normandia, L'Oberkommando tedesco aveva sferrato l'ultimo attacco allo Stato maggiore di Tito, acquartierato a Drvar, in Bosnia. Lo Stato maggiore s'era messo in salvo, ma i tedeschi avevano rubato un'elegante divisa confezionata per Tito, da indossare il giorno della vittoria. Gli alti gradi del Reich dovevano essere al corrente del dandismo del loro arcinemico, dato che avevano esposto la divisa come trofeo di guerra in una sala di Vienna.
Poi, entrambi erano diventati celebri con un nome diverso da quello di battesimo. Entrambi avevano attraversato diverse identita'. Cary per lavoro, Tito... per lo stesso motivo. Non era un "rivoluzionario di professione"?
Ancora: entrambi erano noti per l'accento indefinibile.
Cary era nato a Bristol, aveva trascorso l'adolescenza girando per tutta l'Inghilterra, era sbarcato a New York (dove aveva frequentato gente d'ogni dove), aveva girato gli States in lunghe tourne'e teatrali e infine si era trapiantato a Hollywood, al centro di una comunita' multinazionale di artisti sradicati, profughi, apolidi di spirito. Tutto questo prima di compiere trent'anni. La cadenza con cui parlava inglese era una sintesi di tutte quelle esperienze.
Tito era di dodici anni piu' vecchio e di natali croati, ma era stato ufficiale dell'esercito austroungarico, sul fronte russo, e nel 1915 era stato fatto prigioniero. Dopo la Rivoluzione, passato coi bolscevichi, aveva combattuto contro le armate bianche. Tornato in Croazia nel 1920, aveva svolto attivita' politica clandestina. Tra il 1928 e il 1934 era stato in carcere. Gli anni successivi li aveva trascorsi soprattutto a Mosca, all'epoca delle grandi "purghe", a cui era sopravvissuto per il rotto della cuffia. Poi il ritorno in Jugoslavia, la guerra di liberazione e la presa del potere. Di conseguenza, parlava uno strano me'lange di croato, serbo e russo. Parlava molto bene il tedesco, se la cavava con francese e inglese.
Ma la caratteristica che piu' affascinava Cary era la continua tensione all'indipendenza, personale oltreche' nazionale. Nei giorni della Quinta offensiva, quando il maggiore Stuart gli aveva annunciato che nessun aereo della Raf avrebbe coperto lo sfondamento, Tito aveva risposto: "Meglio cosi'. Ce la faremo da soli, e dopo la vittoria non avremo debiti con nessuno". In seguito aveva rotto con Stalin e l'Unione Sovietica, provocando un vero e proprio scisma nel campo comunista.
Cary, dal canto suo, era stato il primo attore free lance di Hollywood. Fin dagli anni Trenta s'era affrancato dallo strapotere degli Studios. Il primo attore a ottenere il dieci per cento sugli incassi. Cary discuteva i contratti di persona anche se aveva un agente e un avvocato-manager.
Rimuginava tutto questo sul sedile posteriore di un'auto di rappresentanza del Gma, mentre la nuova scorta (il cambio della guardia era avvenuto all'atterraggio nel minuscolo aeroporto) gli mostrava la citta' di Trieste, unica concessione agli svaghi prima di passare la frontiera e consegnarlo a un certo maggiore Alexander Dyle. Nel plico c'era una scheda anche su di lui, ma non l'aveva ancora...
- Un momento, signori! - esclamo' Cary, leggendo il proprio nome in un titolo di giornale. Il giornale era il "Daily Telegraph", sfogliato dalla guardia del corpo seduta di
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