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costretto a vivere, questo che sparo sul primo che viene, questo poveretto che sono diventato.
- Ma insomma, babbo, che t'e' successo, me lo vuoi spiegare? Perche' non ci hai fatto sapere niente per tanto tempo?
- E cosa dovevo farti sapere ancora? - lo sguardo di Vittorio si fece piu' cupo. - L'anno scorso ho sepolta la seconda compagna della mia vita, mi e' morta sotto gli occhi, piano piano... Che bisogno di dire altro?
Pierre si alzo', per non rispondere subito.
- Potevi almeno mandare due righe, - disse in un fiato, - mica niente di piu', giusto due righe. Dopo che e' morta Milena ti ho scritto due volte: tu non hai mai risposto.
- Non ho fatto gia' abbastanza male? Sono venuto a vivere lontano da voi, non sono piu' riuscito a tornare, ho scritto due volte l'anno, e adesso dovevo anche farvi pesare i guai? Qualcosa lo sapevi, no?, la politica andava male, la vita andava male, nella testa anche andava male, ma un padre non piange sulla spalla del figlio.
- E invece deve smettere di farsi vivo per piu' di un anno? - disse Pierre. Poi si penti'. Ma era tardi per la marcia indietro.
- Io e' come se non sono piu' vivo, Robespierre. Vuoi che ti dico tutto? Va bene. Sono come morto. Pensavo che era meglio per te dimenticare, allora. La morte e' contagiosa, le lettere di un morto fanno morire dentro.
Pierre accuso' il colpo. Butto' giu' la saliva per cacciare indietro le lacrime, ma nessuna delle due operazioni gli riusci' troppo bene. Vittorio sembro' fare altrettanto, poi riprese a parlare. Pierre lo ascolto' in silenzio, senza smettere di camminare, lento, attorno a una roccia bianca che affiorava dall'erba.

Le cose si erano messe male all'inizio degli anni Cinquanta con le prime elezioni dei consigli operai nelle fabbriche. Da quel che Pierre poteva capirne, si trattava ancora di un esperimento, ma, in sostanza, lo Stato concedeva ai lavoratori la possibilita' di prendere in mano le redini delle aziende in cui lavoravano. Il padre era stato entusiasta del progetto. Diceva che l'autogestione era l'unica strada per il vero socialismo. Per questo, come membro del sindacato, avrebbe voluto inserirsi nelle liste elettorali per il consiglio operaio della sua fabbrica.
- Sapevano bene che ci tenevo, ma giocarono sporco: mi da'nno una promozione, un posto che non mi interessava, in un ufficio in Spalato. Dovevo accettare e rinunciare all'elezione. Quello e' stato l'inizio.
Da allora, un susseguirsi di piccoli segnali. Il "compagno italiano" cominciava a essere scomodo: sui connazionali pesava l'accusa di essere spie del Cominform, i rapporti con l'Italia erano sempre piu' tesi per via di Trieste, e una buona dose di razzismo completava il quadretto. La guerra partigiana era un ricordo sbiadito. L'"Eroe del popolo" Vittorio Capponi tornava a essere uno straniero, mentre l'internazionalismo operaio andava a farsi benedire.
- No, Djilas non mi ha dato molto aiuto. Amici? Ti avevo scritto che eravamo amici? Be', non proprio, era giusto per farti capire. Fatto sta che alcune delle idee sue non mi dispiacevano, soprattutto quando attaccava ai burocrati di Partito e accusava il Comitato centrale di essere poco democratico e molto, come si dice?, mafioso, si'? Il problema e' che lui era uno dei quattro uomini piu' importanti del paese, girava in Mercedes, con l'autista, frequentava salotti belli, caccia, grandi cerimonie. Sognava di occuparsi solo di teoria e letteratura, ma aveva incarichi politici importanti, e negli articoli sul giornale era come se attaccava anche se stesso.
Milena se n'era andata nel marzo dell'anno precedente. Una morte lenta, un brutto male. Pierre capi' che la malattia era stata fatale anche per il padre. Aveva creduto di potersi risollevare buttandosi a capofitto nella politica. Milovan Djilas scriveva i suoi articoli critici per il giornale di Partito e Vittorio l'aveva seguito su alcuni quotidiani locali o in lingua italiana. Erano stati giorni di speranza ed entusiasmo. Poi, rapida come un fulmine, la mazzata. Djilas era 
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