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cantavo per farti dormire.
Pierre era stonato come pochi. Fanti diceva che gli mancava l'orecchio, ma era solo questione d'allenamento. Angela si tappava le orecchie tutte le volte.
Comincio' a cantare. Una musica semplice, da bambini, e le parole in dialetto.
Dopo le prime due strofe, capi' che poteva girarsi.
Vittorio Capponi reggeva il mitragliatore con due mani. Punto' gli occhi in quelli di Pierre e non fece un passo. La barba grigia spiccava sul volto abbronzato. Aveva i capelli lunghi, sulle spalle. Aveva lo sguardo duro e gli occhi lucidi. Sembrava un eremita, il re pastore di qualche sperduta tribu' dei Balcani.
Pierre smise di cantare.
Non se li era immaginati cosi', Ulisse e Telemaco.
Spalanco' le braccia, si butto' in avanti e strinse il padre in un abbraccio lungo nove anni.
Vittorio Capponi tolse la mano dalla canna del Mauser, la sollevo' oltre le spalle del figlio, e resto' cosi', senza sapere dove poggiarla.

***

-... poi un pescatore mi ha dato un passaggio fin qua, ho dormito sotto la tettoia del mercato e appena sveglio ho chiesto in giro se sapevano dove abitavi.
Pierre aveva ripercorso tutto il viaggio in pochi minuti. I ricordi correvano veloci come su una pellicola, da Ravenna a ipan, gli accordi con Ettore, la lettera a Nicola, l'incontro con Darko. Tutto.
Il padre aveva ascoltato senza interrompere, masticando finocchio selvatico con lo sguardo alle capre. In una mano reggeva ancora il Mauser, con l'altra si lisciava la barba.
Si erano seduti li', poco lontano dal sentiero, sotto un pino marittimo dal tronco contorto. C'era odore di resina ed erba secca. Pierre si aspettava di essere accolto in casa. Un tavolo, una sedia, qualcosa da mangiare, ma dopo le schioppettate, non lo stupiva piu' nulla. Saper stare con gli altri e' anche questione di allenamento. Certo le visite non dovevano essere frequenti, da quelle parti. Vittorio Capponi viveva a ipan da quasi tre mesi. Un po' di dimestichezza doveva averla perduta.
Pierre cerco' di riempire il silenzio e arginare i pensieri. - Ho deciso all'improvviso. Si', insomma, era tanto che ci pensavo, ma c'erano sempre dei problemi. Mi sembravano insuperabili, e forse non li avrei mai superati, se non era per questa lettera che non arrivava mai, e l'ultima che ti ho spedito, al vecchio indirizzo, che mi e' tornata indietro.
Pierre guardo' ancora il padre, come se aspettasse risposta a una domanda inespressa. La sentiva giu', in gola, una consapevolezza appena acquisita, schiacciata fino ad allora dalla foga della ricerca. Perche' non hai piu' scritto, babbo? Perche' non ho tue notizie da piu' di un anno? Perche'?
I pensieri attraversavano il cervello piu' veloci del battere dei secondi. Rivide gli occhi del padre, cosi' come li aveva visti l'ultima volta, nella cantina di Italo, alla luce debole della candela. Fieri, determinati, pronti a tutto. Resi piu' scuri dall'ombra del berretto. Capaci di dire "Addio" e restarti dentro per sempre.
Rivide Nicola, anche i suoi occhi erano cambiati. Adesso, le poche volte che parlava del padre, non c'era modo di capire che luce prendessero. Distoglieva lo sguardo e lo fissava sul pavimento, un po' di sbieco.
Allungo' una mano sulla spalla del padre, e scelse la piu' facile, tra mille domande: - Cos'hai, babbo, non stai bene? Non sei contento di vedermi? Cosa c'e', e' successo qualcosa?
Vittorio Capponi ciondolo' la testa, prese un gran respiro e finalmente guardo' Pierre dritto in faccia.
Nove anni dopo, su un'isola sperduta della Dalmazia, ritrovava quegli occhi.
Colmi di esilio e rassegnazione.


Capitolo 42
ipan, un minuto piu' tardi


- Certo che sono contento di vederti, Robespierre, - comincio' Vittorio senza sorridere. - Ma preferivo di piu' se restavi a casa e ti risparmiavi tutto questo.
- Questo cosa? - insistette Pierre.
Vittorio cerco' le parole. Il modo di esprimersi e la pronuncia tradivano la lunga consuetudine a una lingua straniera. - Questo schifo, - disse alla fine. - Questo sasso dove sono
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