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di Lisetta non lo abbandonava un attimo, avrebbe voluto fermare qualcuno per la strada e spiegargli com'era fatta, e se quello poi s'indisponeva, track, allungargli una delle banconote di don Luciano, calmo calmo amico, che il tempo te lo pago.
Eh, Lisetta. Gli piaceva assai. Se non era per il mestiere, pero', che vuoi fare, nessuno e' perfetto. Quando gli chiedeva un favore, con gli occhi verdi e tutti quei capelli, e la bocca, e via dicendo, lui non sapeva dire di no. Come quella sera che faceva un freddo, e gli aveva chiesto se l'accompagnava alla base americana. E allora molla gli orfanelli, piglia la bici e vai a prendere Lisetta. E pedala, con tutto quel profumo e i suoi capelli che ti sbattevano sulla faccia, pedala, che per poco non vi ammazzavate in una curva, e la sottana che scivola e la gamba che spunta dal bancale. Lui ci andava fuori con la testa, proprio. Non c'era niente da fare. Lisetta era Lisetta.
Attraverso' la strada senza guardare e qualcuno suono' il clacson, Pagano rispose con un insulto ad alta voce, liberatorio, e prosegui' di buon passo.
Quella sera l'aveva capito subito dove stava andando. A fare l'amore con quell'ufficiale americano, che bastava che lei sbatteva le palpebre e quello cacciava i dollari manco fosse il Re di Catalogna. Qualcosa gli spettava pure a lui, per il viaggio e la fatica. Ma il risarcimento se l'era acchiappato per fatti suoi. Perche' dopo che era arrivato alla base, con tutto quel viaggio e il profumo e le gambe e i capelli, e quello che Lisetta andava a fare, si era detto "Kociss, devi avere un pegno per la fatica e pure per il cuore spezzato". E mentre pensava queste cose, il pegno gli era apparso davanti, come se la Madonna gli avesse letto nel pensiero.
Era un catafalco che non finiva mai, ci stava sopra il bancale? Non e' che lo buttava a terra con tutta la bici? E la coperta bastava a nasconderlo tutto? E se arrivava 'a Militarpo'lis? Lo fucilavano? Non pazzia'mo. Si doveva sbrigare. Poteva arrivare qualcuno. Gli avrebbero fatto il culo a tarallo.
Alla fine la paura gliela aveva cavata un signore vestito da generale, che stava attaccato al muro sopra una foto, proprio di fronte a lui. Sorrideva. E faceva un gesto con il pollice a dire: "Okay, vai tranquillo!" Aveva ragione, gliela dovevano pagare. Se l'era preso. Per Lisetta.

La puzza di merda era sempre la stessa. Ma era contento di sentirla. Le scuderie di Agnano erano casa sua. Sentiva le voci degli stallieri che lo salutavano, "Kociss, si' turnat'!" "Guaglio', aro' si stat'?" "Che fin' hai fatt'?" ma non le sentiva davvero. Salutava, ma la testa e le gambe andavano dritte verso il fondo delle stalle, nel magazzino dei finimenti. Un solo pensiero: il risarcimento. Attraverso' l'edificio e usci' da una piccola porta sul retro, ritrovandosi su un vialetto di servizio. La baracca era ricoperta di rampicanti e l'uscio quasi non si vedeva. Lo trovo' chiuso con un lucchetto d'acciaio ed ebbe un tuffo al cuore. Chiamo' in causa un paio di santi. Prima c'era solo un catenaccio arrugginito. Il pensiero che qualcuno gli avesse fregato il risarcimento lo fece sudare freddo. Comincio' a girare intorno alla costruzione in cerca di un varco: chi cazzo era potuto entrare li' dentro? C'erano solo cianfrusaglie e ragnatele!
Niente, nemmeno una finestrella. Non restava che scassinare il lucchetto. Torno' nel magazzino, recupero' un picchetto da campo, un martello e ando' a posizionarsi sull'uscio della baracca. Un'occhiata in giro: nessuno. Vai. Quattro colpi secchi, precisi. Cadde a terra con un tonfo.
Entro', lasciando che la luce filtrasse quanto bastava per riconoscere gli oggetti.
Vide il mucchio delle vecchie selle ancora intatto. Si senti' rinascere. Disfo' la montagna di cuoio. Qualcuno aveva spostato l'incerata. Ma sotto, ringraziando la Madonna, il televisore era tutto intero. Li' dove l'aveva lasciato.
Bastava pulirlo un po' ed era nuovo di magazzino.
Con quello ci faceva i soldi. Soldi veri. In culo a Cinquegrana e all'esercito
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