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indietro.
Darko si alzo' di nuovo, spari' dalla porta sul retro e ricomparve un attimo dopo con una scatola di legno tra le mani. La apri' sul tavolo e tiro' fuori alcuni ritagli di giornale, che via via sistemava a ventaglio davanti a Pierre. L'ultimo glielo diede in mano. Era scritto in italiano. Firmato da Vittorio Capponi.
- Articolo di tuo padre per giornale italiano di Zadar. Questi due sempre di tuo padre, per altro giornale, in slavo. E questi altri, sono di Milovan Djilas, per il "Borba", giornale del Partito. Tu conosce Milovan Djilas?
Pierre alzo' gli occhi dall'articolo: - So che e' un dissidente, che e' stato espulso da Tito.
- Giusto, - riprese Darko. - A ottobre di anno scorso comincia scrivere queste articoli. A dicembre eletto come presidente di Skuptina. Quindici giorni dopo, cominciano processo contro lui. No ispulso, queste cose da Stalin e Tito non vuole, pero' costretto ad autocritica.
- E mio padre?
- Tuo padre scritto che Djilas dice molte cose vere. Altre no, ma molte giuste. Allora verso fine gennaio vengono e lo portano a Spalato. Niente processo, per lui: dicono che ispulso, basta con suo lavoro, non deve piu' isprimere sue idee, meglio se va via, lontano, dove nessuno conosce. Loro trattato meglio Djilas di chi meno importante. Djilas troppo famoso, dovuto stare attenti. Per fortuna lui fatto autocritica se no per suoi compagni molto peggio.
Pierre torno' a leggere alcune righe. Una traduzione in italiano dell'articolo di Djilas Nuovi contenuti, con l'aggiunta di un breve commento. Arrivo' in fondo, mentre Darko metteva in tavola un altro pezzo di formaggio e altro pane.
- Dopo cos'e' successo? - domando' Pierre terminata la lettura.
- Dopo? Tuo padre e' rimasto solo, la gente non salutava piu'. Niente lavoro, e a Spalato nessuno voleva lui. Aveva paura che lo portano a Goli Otok, il campo prigione per amici di Stalin. Un giorno detto con me che voleva morire. Poi invece lui partito. Pesca, porta le pecore e con pensione di partizane puo' vivere. Ma non so molto, lui telefonato una volta, poi basta.
Darko chino' la testa e si passo' il dorso della mano su un occhio. - Lui era mio solo amico, - disse in un fiato. Provo' a continuare, ma gli usci' soltanto: - Scusa.
Poi raccolse gli articoli, chiuse in fretta la scatola e spari' di nuovo dalla porta sul retro.


Capitolo 39
Napoli, 17 aprile


Camminare per la strada, alla luce del sole, tra il brusio della gente, e le gomitate e le grida, era un sollievo. Dopo tre mesi di carcere, Salvatore Pagano detto Kociss aveva soltanto voglia di correre. Tre mesi l'avevano tenuto la' dentro! In quella prigione lercia, schifosa, piena di assassini fetenti, e il commissario Cinquegrana che lo tempestava di domande, e il televisore, e i soldi, e don Luciano, e questo e quello. Adesso finalmente respirava, guardava il cielo, e le femmine. Pensava a tutto quello che avrebbe fatto. Tre mesi da recuperare. I soldi li teneva, mica glieli avevano potuti togliere. Guadagnati regolarmente. Con quelli ci usciva un regalo a Lisetta, un bel regalo, che a quel punto gliela dava sicuro, e pure su un piatto d'argento. Che poi lui nemmeno l'aveva nominata al commissario, no. Niente nomi. Doveva ancora nascere il poliziotto che faceva fesso a Kociss. Pero' s'era preso paura in quella fogna. Assai. Pareva che volevano sapere tutto da lui, come se era un pezzo grosso, come se sapeva le cose. Muto. Niente gli aveva detto. Che se lo sapeva il commissario che quella sera altro che suore e beneficenza... Oddio, si', era stato pure a dare i doni agli orfanelli, poi aveva preso la bici, quella col bancale davanti, e aveva raggiunto Lisetta. Che femmina che era!
Si fermo' davanti alle vetrine di un negozio d'abiti, e vide un bellissimo vestito rosso. Con quello sarebbe stata un incanto. Si vide riflesso nel vetro: pure a lui servivano dei vestiti nuovi, che quegli stracci ormai... Ma questo dopo. Prima doveva sistemare la cosa piu' importante, se no aveva faticato per niente. Ma il pensiero 
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