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Ghigo apre la valigetta e glieli mostra e l'amico fa finta di intendersene, che quelli sono pezzi davvero preziosi. "Valgono un occhio della testa, - fa Ghigo, - ma siccome non ho pagato la tassa di frontiera, posso tenere basso il prezzo: cinquantamila". L'altro fa subito per pagare ma non ha soldi abbastanza. Allora si volta verso il pollo: "Mi presta mica trentamila lire? Io vado con il signore qui alla banca e torno subito. Come garanzia le do' l'orologio, che ne vale cinquantamila. Va bene?" La moglie del fesso cerca di fermarlo, ma quello bada a dire che si vede che il signore e' uno per bene. Gli presta le trentamila, quelli se ne vanno e non tornano piu'.
- E l'orologio quanto valeva? - domando' Pierre divertito.
- Non piu' di mille lire. Credo li facciano in Bulgaria o giu' di li'.
Pierre sorrise. Al peggio, un modo per rimediare le cinquantamila lo aveva trovato.


Capitolo 31
Mosca, palazzo della Lubjanka, 1 aprile


Il generale Ivan Aleksandrovic Serov saggio' la poltrona del grande ufficio. La luce del pomeriggio filtrava tenue dalla finestra, la primavera moscovita stentava a imporsi sul gelo: era stato un inverno duro.
Non si sentiva ancora a suo agio. Soprattutto non vedeva la necessita' di un ufficio cosi' ampio per una persona sola. Un ambiente elegante. Fin troppo, penso'. Avrebbe fatto eliminare un po' di fronzoli. Le tende, pesanti, potevano riscaldare gli uomini, invece di prendere polvere alla finestra. I soprammobili, poi, sarebbero spariti per primi, li aveva sempre odiati, oggetti inutili, ingombranti. Con tutto quel ferro si potevano forgiare armi per difendere la rivoluzione e il legno poteva bruciare nei bivacchi dei soldati. E i vasi di porcellana? Anche la porcellana poteva avere un utilizzo migliore.
In fondo era per quello che l'avevano messo li'. Riportare ordine e fare pulizia. Avrebbe cominciato dalle piccole cose. Soprammobili e chincaglieria.
La visione "economica" delle cose era il punto di forza della sua carriera e della sua formazione politica. Grande praticita' al servizio del piu' grande ideale. Se l'ideale era la dinamite, il senso pratico era la miccia. Negli anni al Ministero non si era mai abituato al lavoro di "retrovia".
Cresciuto sui campi di battaglia, conosceva il freddo bielorusso e polacco, e il piombo nazista. Non gli servirono orpelli per guidare le deportazioni dal Caucaso, stroncare le sacche di resistenza bianche in Polonia, coordinare l'attivita' del Ministero nella Germania orientale.
Osservo' i quadri alle pareti. Lenin fissava un punto indefinito all'orizzonte. Lo sguardo determinato ispirava una fiducia profonda nelle sorti umane. Aveva visto il Piccolo padre una volta sola, quando a diciott'anni aveva marciato col suo reggimento sulla Piazza rossa.
1 maggio 1922: giro' la testa verso il palco, insieme a tutti i compagni, e lo vide, piccolo, col colbacco a proteggere la testa calva, affiancato dal traditore Trotzky e dal compagno Stalin.
Ora Stalin lo guardava dall'alto della parete di fronte, con espressione "divertita". I baffi nascondevano la bocca, impossibile capire se stesse sorridendo, ma a lui sembrava di si': il sorriso serafico, saggio, di chi ha gia' capito tutto. Gli torno' in mente il giorno del funerale, le masse urlanti, le donne che si strappavano i vestiti e si percuotevano la testa.
Pianse anche lui. La prima volta dopo anni. Nemmeno a Berlino nella primavera del '45, alla vista della bandiera rossa issata sul Reichstag, aveva versato una lacrima. Eppure si era commosso. La vittoria coronava anni di stenti, di fame e di morte. Avrebbe portato con se' quel momento, la grande bandiera che garriva al vento, fino alla fine dei suoi giorni. Anche il funerale di Stalin. Senso di perdita infinito, vago senso di panico: la Guida non c'era piu'. Quel giorno la domanda gli sali' dal fondo della mente, la stessa dei membri del Comitato centrale: "E adesso?"
"Adesso". Il generale Serov capi' subito cosa sarebbe successo. Soltanto i piu' forti sopravvivono. E i
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