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corregge Garibaldi. - Stavolta li mandiamo a casa con la coda tra le gambe, che il Generale Giap non e' mica un baggiano, e' uno che la sa fare la guerra, un eroe del popolo.
Walteru'n sta ancora cercando di leggere l'articolo da dietro la spalla di Bottone, che sbotta: - 'Sti vietnamiti son piccolini ma son di quelli cattivi, eh? Sembrano tanto delle mezze pugnettine ma non si fan mica mettere i piedi in testa. Bravi!
Il tranviere Lorini interviene per dire la sua, mentre paga il caffe': - e' proprio perche' sono cosi' piccoli che ti si infilano da tutte le parti che neanche te ne accorgi. Mentre i francesi, grandi e grossi, son dei bersagli facili.
Garibaldi alza gli occhi al cielo e scuote la testa: - Ma guarda te che cazzate devo sentire. Cosa c'entra la grandezza dei vietnamiti? - Poi come se dovesse spiegarci una lezione di Storia, dice: - e' che i francesi sono tutti mercenari della Legione straniera, tutta gente che fa la guerra per i soldi. Invece i vietnamiti combattono per il loro paese, per liberarsi dal colonialismo, come qua si e' combattuto contro i tedeschi. Cos'eravamo, piccolini noi?
Pierre finisce di sistemare le tazzine sul bancone: - Allora beviamo 'sto caffe' alla salute del compagno Ho Chi Minh.
- Alla salute! - dice Bottone sollevando la tazzina.
- Se i comunisti vincono anche li', - fa Garibaldi dopo aver bevuto, - abbiamo preso tutta l'Asia. L'Unione Sovietica, la Cina e l'Indocina.
Annuiamo tutti con enfasi.
- E noi? - chiede Walteru'n.
- E noi dopo. Una cosa alla volta, boia d'un dio!
La risposta secca di Bottone chiude la parentesi politica. Al venerdi', non c'e' argomento che tenga, gli americani potrebbero sganciare l'atomica, che dopo qualche commento si riprenderebbe a parlare del fo'tbal.
E infatti, Melega e Stefanelli sono gia' di la', dal biliardo, e lo schioccare delle bocce copre la discussione sul destino del Bologna, che con l'Atalanta deve rifarsi del tre a uno di Palermo. Capponi tira giu' i conti della settimana per il proprietario, Pierre controlla il livello dei liquidi nelle bottiglie e quelli del tarocchino litigano per una presa.


Capitolo 27
Bologna, 14 marzo


- Io non posso lasciare Odoacre.
Angela spezzo' il silenzio che li aveva avvolti dopo aver fatto l'amore. Nessuno dei due aveva parlato per diversi minuti. Erano rimasti li', a leggersi i pensieri, senza bisogno di dire niente.
Pierre scosse la testa. Non le aveva mai chiesto di decidere, ma lei sapeva che la clandestinita' del rapporto cominciava a pesargli. Quanti erano? Cinque, sei mesi. Si', cominciavano a pesare, per lei non era facile, era una follia, ma anche una boccata di aria nuova, di gioia e di passione. Odoacre non aveva idea di cosa fosse, la passione. Era buono, attento e vecchio. Non era solo l'eta', era il carattere, da giovane non doveva essere diverso. Generoso, altruista, serio, sempre impegnato in una buona causa, sempre certo di quello che doveva fare.
- Angela, io sono innamorato di te, - la voce di Pierre era stanca.
Lei non ebbe il coraggio di guardarlo in faccia.
- Sono innamorato di te e sono stufo di tutto questo.
- Lo so, e' come vivere di nascosto.
- No, non e' solo per noi due. e' che non vedo niente davanti a me. Davanti a noi. Presto o tardi dovremo smettere di vederci, prima che ci innamoriamo troppo, prima di sentire troppo la mancanza quando stiamo lontani. e' una partita persa in partenza. Ma io mi chiedo se e' giusto.
Lo sguardo di Pierre puntava nel vuoto. Si passo' una mano tra i capelli. Lei accese una sigaretta e gliela passo'.
- La vita non e' giusta, non e' un giro di polka, e' dura. Con me e' stata dura e se non incontravo Odoacre adesso chissa' dov'ero.
Puttana Eva, quante volte gliel'aveva ripetuta, 'sta manfrina? La rassegnazione di Angela lo faceva incazzare, ma Pierre non aveva risposte.
Disse: - e' davvero tutto qui? Non c'e' nient'altro? Dobbiamo accontentarci? Lavorare e aspettare la domenica?
- E cosa pretendi? - sbotto' Angela col tono di chi rimprovera un
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