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bere.

La prima ripresa si concluse con il tedesco Wiese alla corde. Cavicchi lo seppelliva sotto una valanga di pugni, cercando il momento per scaricare il famoso gancio sinistro. Pierre guardava ammirato l'azione fluida e dirompente, cercando di prepararsi un discorso, la testa ingombra di tifo e cazzotti.
Nell'intervallo tra la quarta e la quinta, si volto' per dire qualcosa a Ettore, ma quello si era gia' allontanato di qualche metro e discuteva fitto con due persone.
Alla campana, punto' di nuovo gli occhi sul ring. L'eccitazione cresceva. Non per l'incontro di boxe, che Cavicchi dominava, ma per quello con Ettore, e per le sue conseguenze. Avrebbe trovato il modo di arrivare in Jugoslavia? E dove avrebbe preso i soldi per pagare il viaggio? Sarebbe stato molto rischioso? E Angela? Stare lontani per un po' l'avrebbe avvicinata o convinta che era bene lasciarsi? E Nicola? Cosa gli avrebbe raccontato?
Facendosi meno domande, l'allenatore di Wiese getto' la spugna alla sesta ripresa.
Pierre capi' di essersi perso qualcosa. Si guardo' intorno. Ettore lo stava chiamando con un gesto della mano. Si apri' un varco e lo raggiunse.

***

Lungo la strada, scambiarono poche parole, giusto per scegliere dove andare.
L'osteria sotto le Torri era piuttosto affollata, per quanto fosse tardi. Trovarono un tavolo in angolo, minuscolo e appartato, sedettero e ordinarono due cognac.
Ettore si lascio' andare contro lo schienale, accese una sigaretta e tiro' due boccate.
Pierre si schiari' la voce e decise di andare subito al dunque.
- Avrei bisogno di andare in Jugoslavia, e Gas, Castelvetri, dice...
- Piano, piano, - lo interruppe Ettore. - Non mi piace fare affari con chi non conosco. Si fanno sempre due chiacchiere, prima, che se sei uno in gamba, hai solo da guadagnarci, ti aiuto piu' volentieri.
Qualche tavolo piu' in la', una ragazza rise forte, oltre il gorgogliare di voci. L'arrivo del cameriere tolse Pierre dall'imbarazzo. Afferro' il bicchiere, lo rigiro' nel palmo della mano, annuso' il cognac e butto' giu' un sorso.
Ettore riprese a parlare: - Tuo fratello era nella Trentaseiesima, giusto?
- Esatto, nella compagnia di Kaki.
- E tu?
- Io niente, - rispose Pierre con la gola in fiamme, - ero poco piu' che bambino. Ho ventidue anni adesso, ma se nel '44 ne avevo almeno sedici, andavo, sicuro, che questo e' un vizio di famiglia.
- L'ho avuto anch'io, ma e' un brutto vizio, quando si e' cosi' giovani. A sedici anni non val la pena rischiare la vita.
Pierre guardo' Ettore dritto in faccia. Per un attimo, gli sembro' che fossero soli, nel locale. Si sporse in avanti e riabbasso' lo sguardo: - Mio padre diceva che non si puo' sempre stare a guardare.
Dai tavoli vicini qualcuno butto' un'occhiata.
Pierre sollevo' i gomiti dal tavolo e inclino' la sedia contro il muro.
- Anche tuo padre e' stato in montagna, vero? - domando' Ettore.
- Si' e no. Lui e' finito a combattere in Croazia, con l'esercito italiano. Poi la sua compagnia si e' ammutinata, e sono passati dalla parte di Tito. Mio padre ha fatto la Resistenza la', tra Zagabria e la costa, poi ha scelto di restare, che la' il socialismo ha vinto e a lui gli hanno pure dato degli incarichi importanti.
Disse quella frase senza troppa cautela. Ma Ettore non era di quelli che si mettono a disquisire se Tito sia fascista o compagno, traditore oppure no. Resto' zitto, fini' il cognac in un sorso e accese un'altra sigaretta. Pierre fece altrettanto. Per mezz'ora parlarono d'altro. Le illusioni dei partigiani e le direttive di Togliatti, il Bologna e Cavicchi. Quando Ettore torno' ad accennare a suo padre, Pierre capi' che era il momento di pensare agli affari.
- Ho sempre desiderato riabbracciarlo, mio padre, - comincio', - ma le difficolta' sono troppe: il viaggio, i soldi, i documenti. Per tanti anni mi sono accontentato delle lettere. Poi silenzio, piu' niente per mesi, e adesso le mie tornano indietro. Allora ho deciso: devo andare, capire cos'e' successo, trovare una risposta a tante 
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