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incisivi.
Robespierre era nato nel '32, registrato "Piero" all'anagrafe fascista. Era un brutto momento per la famiglia. Il padre non aveva preso la tessera del fascio e scontava quella scelta fino in fondo. La miseria perseguitava i Capponi da un decennio, con pochi momenti di requie.
Rosa era morta nel '38. Pierre ricordava pochissimo di quei momenti: suo padre con la testa tra le mani e Nicola che corre su per le scale. Nient'altro.
Di tanto in tanto quel ricordo tornava nei sogni di Pierre. Al risveglio fantasticava, si chiedeva come sarebbe stata la vita se sua madre fosse sopravvissuta. Da quel giorno, Nicola si era chiuso in un silenzio funereo. Gli era cambiato il carattere, era diventato scontroso, con addosso un incazzo da far paura. Vittorio aveva pianto per giorni, maledicendo Dio e bestemmiando al cielo pazzo di dolore. Questo lo ricordava bene.
Sempre in quel periodo, una sera, un ubriaco inneggio' a Stalin nella piazza del paese. I fascisti gli saltarono addosso, sette contro uno. Vittorio si getto' nella mischia, ne stese qualcuno, ma fu sopraffatto e bastonato a sangue.
Cosi' Pierre imparo' a odiarli.
Pochi giorni dopo, Vittorio prese da parte lui e Nicola e con un occhio ancora pesto e mezzo chiuso gli elargi' l'insegnamento piu' categorico e incisivo della sua vita, qualcosa da associare per sempre alla figura di Vittorio Capponi. Punto' gli occhi su di loro: - Non si puo' sempre stare a guardare.
Poi i Capponi si trasferirono a Imola, nell'appartamento che zia Iolanda aveva trovato proprio di fronte al suo. La famiglia si tenne in piedi grazie a lei. Si prese cura di tutti senza essere invadente. Si dedico' ai nipoti anima e corpo, senza confonderli coi figli che non aveva. Sostenne il fratello senza fargli da moglie.
Padre e figli si affezionarono molto a quella donna fiera e piena di attenzioni. Nicola si confidava soltanto con lei, Vittorio la coinvolgeva in tutte le decisioni importanti e Pierre faceva qualsiasi cosa pur di compiacerla.
Quando nell'aprile '41 Vittorio Capponi venne chiamato come riservista a combattere sul fronte jugoslavo, la presenza di Iolanda lo escluse da un possibile esonero: e' vero che i figli erano orfani di madre, ma il maggiore lavorava e la zia "provvedeva a ogni necessita'".
Le necessita' dei nipoti non impedirono a Iolanda di impegnarsi contro il fascismo. Il 29 aprile '44 scese in piazza con le donne di Imola, il 13 maggio soccorse i feriti del bombardamento, qualche mese dopo ospito' due partigiani e lascio' che Nicola li seguisse sulle montagne.
Aveva vent'anni. Sopportava i soprusi da troppo tempo. Non poteva piu' restare a guardare.
Pierre lo rivide soltanto a guerra finita, zoppicante, magro come uno stecco, sguardo d'acciaio.
Un giorno del '45 arrivo' una lettera dalla Jugoslavia e Pierre scopri' che il padre era un eroe di guerra. Poco dopo l'arrivo in Croazia, Vittorio Capponi aveva ucciso il vicecomandante del suo presidio e si era unito alla Resistenza jugoslava. Dopo l'8 settembre del '43 aveva fatto passare centinaia di militari italiani allo sbando nelle file dell'armata di Tito. Aveva partecipato alla liberazione di Zagabria, ricevendo dal Maresciallo in persona una decorazione al valor militare.
Di li' a poco, Pierre, Nicola e Iolanda lo abbracciarono per l'ultima volta.
Torno' da clandestino, come un ladro, nascosto per due notti nella cantina di un vecchio amico.
In Italia rischiava una dura condanna: accuse di insubordinazione e omicidio. Inoltre, era membro del Partito comunista jugoslavo, c'era un paese da costruire, un paese socialista, una rivoluzione da portare a compimento. Non poteva tirarsi indietro.
Pierre origlio' mentre Vittorio e Iolanda discutevano del suo futuro. Se gliel'avessero chiesto, non avrebbe saputo decidere, andare col padre o restare a Imola. Solo per questo accetto' che scegliessero per lui. Nicola scelse di rimanere.
Anche Pierre rimase. La Jugoslavia non offriva sufficienti garanzie. Il padre promise che si sarebbero visti almeno
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