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l'avevo detto che era una cosa grossa, che con voi volevo dire tutto, come in confessionale insomma, ma a me quella gente me l'hanno fatta conoscere le suore, e mi dissero che, insomma, c'erano bugie e bugie, e quella era una bugia a fin di bene, le avrete dette anche voi le bugie buone, questa era una di quelle, ed era cosi' buona che a forza di dirla pare che abbiamo salvato l'Italia nel '48, io e quelle altre persone... E vabbuo', non v'interessa, l'avevo capito, la smetto subito, comunque e' per quello che certi amici, ma pochi, e altri amici ancora mi chiamano Totore 'a Maronna. A me Kociss mi piace assai di piu'.
Ma se questa storia non la volete sentire, vi torno a dire che io con questo guaio di televisore americano non c'entro proprio. E questa della Madonna e' la cosa piu' grossa che ho mai combinato.
Le cinquemila lire, dite? Quali cinquemila lire? Le avevo in tasca? Be', si', certo, cinquemila lire, ma quelle sono mie. E vi pare che se avevo venduto a qualcuno un televisore americano mi facevo dare solo cinquemila lire? Quello ne vale venti volte tanto, almeno. Pero' a voi pare strano che uno come me va in giro con cinquemila lire in tasca. E vabbuo', gia' ve lo dissi che neppure alle suore piace, pero' io scommetto ai cavalli, Santa Teresa mi perdoni, e le volte che vinco, ci guadagno qualcosa. Poi, sapete come succede, sono sempre all'ippodromo, e pulisci qua, porta questo di la', fai una puntata per il signore che vuole starsene comodo, pure cosi' ci guadagno qualcosa. Ma cose da poco, quattro, cinquecento lire al massimo. Le cinquemila lire, quelle le ho proprio vinte. Al Gran premio di domenica, mi pare ne avevamo tre, ho puntato su Monte Allegro, tutti dicevano che avrebbe vinto Ninfa e invece ha vinto Monte Allegro. Sapete, Agnano e' la mia seconda casa, anzi, forse pure la prima, e io i cavalli li conosco bene davvero, e Ninfa il giorno prima aveva fatto una brutta colica, mentre Monte Allegro stava in gran forma. Il totalizzatore lo dava a cento lire, potete controllare, e io ci ho scommesso tutti i miei risparmi, cinquecento lire, proprio cosi'.
Una grande puntata, commissa', mai visti tanti soldi in vita mia!


Capitolo 12
Palm Springs, California, 30 gennaio, pomeriggio


Sul sofa' chippendale, proprio di fronte a Cary, c'era Sir Lewis Chester Kennington, alto funzionario dell'MI6, giunto da Londra pochi giorni prima. Di fianco a lui, Henry Raymond, soprintendente sul suolo americano della medesima struttura d'intelligence. Rigidi, nei loro perfetti abiti grigi. Lana pettinata, grey pinstripe, due bottoni, panciotto, probabilmente Anderson and Sheppard, e le camicie avevano l'inconfondibile taglio Turnball & Asser di Jermyn Street. Ai piedi, entrambi calzavano Oxford nere. Ma l'ensemble era indossato con poca personalita', tipico degli inglesi, che al bell'aspetto preferiscono la perfetta mimetizzazione tra le pareti degli uffici.
Sir Lewis, alto circa sei piedi, sulla sessantina. I capelli bianchi e pettinati all'indietro, baffetti neri, ben curati.
Raymond era forse di dieci anni piu' giovane, e piu' basso di tre-quattro pollici. Capelli rossi e sottili, scriminatura a destra. Entrambi avevano accenti affettati da rampolli dei ceti superiori, e occhi chiarissimi, di quelli che nel bianco e nero sembrano slavati e insinceri.
Cary aveva occhi scuri. Potevano "forare lo schermo" e comunicare qualsiasi emozione.
L'agente Fbi, biondo, di media corporatura, trent'anni e qualcosa, s'era presentato come "Bill Brown" ed era rimasto in piedi di fianco al caminetto in marmo. Giacca sportiva blu sbottonata, camicia magenta, cravatta con nodo storto, occhiali da sole (montatura troppo pesante per i suoi lineamenti). Aveva detto solo due parole, ma Cary aveva riconosciuto il "twang" della cadenza texana, lo stesso del suo amico Howard Hughes.
Versando un filo di latte nella tazza di te', Sir Lewis disse: - Mr. Leach, vi sarete certo domandato cosa desideri da voi il governo di Sua Maesta'.
Cary, cittadino americano dal
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