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un titofascista, come si dice, i compagni di qua lo lasciano dentro a marcire.
Il jazz termino' nel rumore della puntina sugli ultimi solchi vuoti. Fanti si alzo' per girare il disco e con qualche indecisione l'orchestra di Count Basie attacco' di nuovo. Fuori s'era messo a nevicare.
- Quanto al Partito, - riprese il professore, - Togliatti e Tito faranno presto la pace, ora che Baffone non c'e' piu'. Questa storia di Djilas lo dimostra: Tito vuol tornare coi russi e molla per strada i critici dell'Unione Sovietica.
- Insomma: mio padre non sta mai dalla parte giusta, - commento' Pierre con mezzo sorriso. A fatica, degluti' l'ultimo sorso di te'. Sfilo' dalla cartelletta i fogli e la stilo che gli aveva regalato Angela. Una leccata al dito, in cerca degli ultimi appunti.
- Ecco qua, we go to the cinema and after we have a drink, ho sottolineato after ma non mi ricordo perche'.
- Perche' e' un errore: avresti dovuto dire and then we have a drink. Riscrivila giusta, cosi' ti ricordi la differenza.
Renato Fanti conosceva l'inglese alla perfezione. Aveva vissuto a Londra per oltre dieci anni ed era tornato soltanto nel '47, dopo che l'Italia era diventata Repubblica, a tre anni dalla morte della moglie. Adesso insegnava in un liceo scientifico, ma prima della guerra era stato professore di Letteratura all'Universita' di Bologna. Si erano conosciuti ai corsi serali. Pierre li aveva frequentati per ottenere la licenza media. Quel signore elegante e poco convenzionale lo aveva colpito subito. Conosceva il mondo, il cinema, la musica. Aveva interessi strani, quasi maniacali. Ed era la passione a farlo insegnare in un corso come quello. Non certo il bisogno. Per questo apprezzava in Robespierre la voglia di emergere, di conoscere, di abbracciare la vita.
Pierre ricordo' di quando al corso Fanti aveva parlato di Un tram chiamato desiderio. Il suo stupore, nel vedere che qualcuno conosceva il film e il giorno che gli aveva offerto il biglietto per Rashomon. Poi l'idea delle lezioni d'inglese e la scoperta che il professore aveva perso la moglie proprio come lui la madre. Stessa malattia: tubercolosi.
In Sezione non approvavano la sua amicizia con il professore. Un antifascista, sicuro, allontanato dall'universita' per troppo amore della letteratura americana e troppo poco per la camicia nera. Pero' lo chiamavano borghese e qualunquista.
Certo, Fanti non era un compagno, e nemmeno apparteneva alla classe operaia. Non stava con Mosca, ne' tanto meno con gli imperialisti. Forse era anarchico, chissa', quasi sicuro non votava. In fatto di libri poi, non erano le presunte idee degli autori a spaventarlo, ed era un grande ammiratore di quel John Fante che su "Rinascita" dicevano fosse un mezzo nazista.
Finito Dos Passos, doveva farselo prestare.


Capitolo 10
Bologna, domenica 24 gennaio


Si sporse in avanti tra i sedili e indico' al tassista il viale alberato sulla destra.
I tronchi dei pioppi affondavano nel mucchio di neve ai lati della strada e le ruote dell'auto sollevavano schizzi di fango sui finestrini laterali. Angela si era messa di proposito le scarpe col tacco alto, sperando con quella scusa di convincere Ferruccio a rinunciare alla passeggiata.
L'usciere riconobbe la signora Montroni non appena la vide entrare e subito mando' a chiamare l'infermiere che si occupava del fratello.
Angela non amava troppo Villa Azzurra, ma almeno non era un manicomio. Dopo la guerra, i primi mesi del '48, Ferruccio era stato ricoverato due settimane in ospedale psichiatrico. Il ricordo di quel posto le dava ancora i brividi. Urla, corpi rattrappiti in posizioni assurde, laghi di piscia sul pavimento, odori da rovesciare lo stomaco. Finche' un giorno non era entrata nella camera del fratello e l'aveva trovato bloccato nel letto con le cinghie. C'erano voluti tre inservienti per riuscire a trattenerla e impedirle di slegarlo. Ancora un po' e internavano anche lei, non la smetteva piu' di piangere e gridare. Il giorno successivo aveva convinto il
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