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lasciato fare filetto, perche' non era il suo tempo. Be', sai cosa ti dico? Sono proprio fortunati che non era il suo tempo!
- 'Scolta, - gli da' di gomito Bortolotti, un po' seccato, - vedi ben di tirare 'sta boccia che sono stufo di aspettare.
- Arrivo, arrivo.
Melega si volta a studiare il biliardo, e subito Walteru'n allunga il collo verso Garibaldi e parla piano, per non farsi sentire nell'altra stanza: - Oh, Garibaldi, non e' per dire, sara' che sono vecchio, ma davvero Tito e' comunista fascista? No, perche' io ho sempre pensato che o sei comunista o sei fascista. Allora com'e' 'sta storia...
- Zitto e gioca, che m'avete bell'e rotto i maroni con tutti 'sti discorsi.


Capitolo 8
Napoli, 21 gennaio


Non c'era da fidarsi, e basta.
Portare via in fretta i camion da quell'inferno di carretti e "creature", vera e propria orda di cani famelici e randagi, di grida incomprensibili che volano da una parte all'altra e di puzza di grasso, mista a quella dolciastra della frutta marcia. Sistemare il carico e via, senza indugi, niente fermate, lui davanti e Palmo al seguito, anche dodici ore di fila. Un posto cosi', con le storie della guerra, la sua guerra, non c'entrava niente. O meglio c'entrava, eh si', eccome se c'entrava, bastava girare lo sguardo, tutti i segni della Flotta, tutti quei militari, ma in un altro modo, che doveva ancora capire. Gli avevano detto che era come Calcutta, e lui aveva annuito. Ma chi l'aveva mai vista, Calcutta? Certo non Ettore, che comunque di casini, merda e fucilate era certo di averne visti abbastanza, ma questa Calcutta del Mezzogiorno, Napoli, gli faceva effetto, e Palmo lo preoccupava, quanta cazzo di gente c'era a girare la' intorno? Andare via rapidi, sorridenti e amichevoli, ma rapidi. Non aveva nemmeno delle caramelle o del cioccolato, che ne so. Tutti quei bambini che saltavano, gridavano, correvano indemoniati su quei carretti di legno con sotto rotelle di ferro inchiodate alla meglio, gli davano l'ansia, una cosa sottile, come il male che si era portato via parte della sua famiglia e molti compagni, che nemmeno il Thompson ben riposto sotto il sedile di guida riusciva a placare.
Sigarette americane, accendisigari a gas liquido a retrocarica Ronson, whisky di varie marche, e orologi patacca con cui le mezze calzette della via Emilia avrebbero alleggerito i portafogli di tanti gonzi. Quello era il carico di Ettore a Napoli, ricoperto da balle di paglia e tela di sacco in quantita'. Era la prima volta che viaggiavano con due mezzi, grossi telonati, eredita' bellica, che facevano piu' fumo del vulcano la' di fronte.
Non bisognava distrarsi.
L'uomo che tutti, deferenti e assoggettati, chiamavano Vic, dirigeva quel caos pressoche' immobile, dentro un doppiopetto blu scuro che lo rendeva ancora piu' tarchiato, un cubo di basalto con i capelli tirati indietro dalla brillantina e il ciuffo sporgente. Tra non molto, Vic gli avrebbe fatto un cenno col capo e si sarebbero mossi, lui davanti e Palmo dietro, verso l'uscita del porto.
Diede un colpo di clacson in mezzo al frastuono e per un momento vide l'espressione poco intelligente di Palmo scuotersi, un momento solo, prima di spostare il faccione fuori dal finestrino.
- Quando ci da'nno il via, stammi attaccato al culo e non ti fermare, mai! - disse Ettore, a voce alta, con Palmo che annuiva poco convinto.
Dopo lunghi minuti e altre due cicche, l'uomo che tutti chiamavano Vic sollevo' finalmente il braccio destro, e con tre secchi movimenti della mano segnalo' che il carico era completo, di fare inversione e avviarsi lungo la strada interna che costeggiava le banchine, verso l'uscita. Poche centinaia di metri percorse in colonna, a passo d'uomo, dietro altri camion, carri trainati da cavalli smagriti, donne che offrivano acqua fresca, frutta e cibi fritti di ogni genere. Poi le piccole scimmie, sporche e pestifere, che continuavano a saltare e a girare la' intorno.
All'imbocco della via Marina, la lunga strada adiacente al porto che doveva portarli
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