<A HREF="54_primaparte021"><</A>
Benfenati, Mauro, - dice ad alta voce, - perche' non lo chiediamo a lui di spiegarci questa cosa di Tito?
Melega per poco non si morde la lingua, sgrana gli occhi come fa chi ha passato un pericolo, caccia la testa di qua e saluta il nuovo arrivato. Deve dire grazie a Bortolotti se ha evitato una sgridata, e noi anche, che altrimenti la lezione su Gramsci e la questione meridionale non ce la toglieva nessuno. Perche' Benfenati non e' mica una cattiva persona, anzi, tutt'altro, e pure un gran bravo compagno, sicuro, pero' ha il difetto che di qualunque cosa si parli, lui si deve inserire e spiegarti cosa ne pensa il Partito. Che su questioni come il fascismo di Tito va pure bene, per carita', ci interessa a tutti, ma altre volte si fa giusto per chiacchierare e lui niente, parte lo stesso con la lezioncina, che si parli di calcio o del divorzio di qualche attore. E c'e' chi dice che lo fa per carattere, che vuoi essere sempre il primo della classe, mentre altri giurano che e' il Partito a insegnargli cosi', "l'attivismo comincia in famiglia, sul posto di lavoro, al bar... " O qualcosa di simile.
-... e nel dopoguerra Tito faceva addirittura pedinare i tecnici russi, che gli venivano a dare una mano nella ricostruzione, capito? Bella solidarieta' internazionale dei lavoratori! Altroche', quello e' un nazionalista, tratta l'Unione Sovietica come un qualsiasi altro stato borghese, e in piu' e' arrogante, ambizioso, presuntuoso, tipico dei trotzkisti controrivoluzionari.
Bottone annuisce convinto, che quel Tito gli pare proprio un gaglioffo, mentre Garibaldi, come al solito, si mette a fare il bastian contrario:
- Be', insomma, stringi stringi, te vuoi dire che i comunisti jugoslavi son diventati fascisti perche' Tito e Stalin non si stavano simpatici, e' cosi'?
- Ma no, Garibaldi, cosa mi fai dire! Ci sono motivi ideologici seri, altroche' -. Tira fuori le mani e aggancia l'indice di una al pollice dell'altra: - Primo, nel Pc jugoslavo non c'e' discussione, guai a chi critica, non si eleggono i dirigenti, c'e' un controllo poliziesco dei militanti e un vero e proprio dispotismo turco. Secondo, - gli indici si scontrano a formare una croce, - Tito dice che i contadini sono la base piu' solida dello stato jugoslavo, alla faccia di Lenin e del proletariato egemone. Intanto, nelle campagne, non fa niente di marxista, e un giorno lascia che la piccola azienda privata generi capitalismo, il giorno dopo fa il demagogo, ale', vuol spazzare via tutti i contadini ricchi, nazionalizzare la terra, cosi', tutto d'un colpo. Terzo, - tutta la mano afferra il dito medio, - vuol portare dalla sua i comunisti del Territorio libero di Trieste, se non fosse che la' c'e' uno come il compagno Vidali che...
- Eh, Vidali, Vidali... - tanto per cambiare Stefanelli, che gioca in coppia con il Barone, contro Melega e Bortolotti, scuote la testa, che sembra sempre voler dire qualcosa come "Ah, sapeste" o "Poveri ingenui", ma nessuno in realta' capisce cosa voglia dire.
Melega gira intorno al tavolo, prende la mira e lancia la boccia. Si capisce che vorrebbe parlare, ma finche' c'e' Benfenati non si azzarda. E infatti, appena quello saluta tutti e si dirige verso casa, ce lo vediamo comparire nella sala grande col dito puntato e lo sguardo da cow-boy: - Guarda che per me basta che Togliatti lo dice chiaro: via! E io parto. Tiro fuori lo Sten e comincio a farli secchi uno alla volta. Si fa tutt'un fascio: democristiani, americani, jugoslavi, poi fuoco! Che in un'altra maniera non la capiscono!
Il vocione di Garibaldi arriva dal tavolo delle carte: - Non t'e' bastata l'ultima guerra? Ne vuoi fare dell'altra?
Melega si gira verso di lui e agita l'indice in aria, come una sciabola: - Non far mica tanto il pacifista con me, Garibaldi, che lo so quanti ne hai ammazzati di fascisti in Spagna. E qua e' stato lo stesso: se noi comunisti non prendevamo le armi nel '43 e non ne ammazzavamo un bel po' di fascisti e di tedeschi a quest'ora parlavamo tutti inglese! e' che non ci hanno
<A HREF="54_primaparte023">></A>