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societa' senza classi, tutti avrebbero potuto essere Cary Grant.
Be', non proprio. Questo e' quanto avrebbero potuto raccontarsi pochi intellettuali. Ne' ai proletari ne' ai borghesi fregava granche' del materialismo storico. Semplicemente, ammiravano Cary Grant e volevano essere come lui.

Quel giorno Archie Leach faceva cinquant'anni. Gli ultimi due erano stati i peggiori.
E quant'erano stati duri per Cary! Tre flop consecutivi al botteghino. La decisione di ritirarsi dalle scene. Una vacanza in estremo Oriente insieme a Betsy, che non lo aveva ritemprato a sufficienza. La sfiancante ricerca di palliativi, lo yoga, nuove letture, la perenne intossicazione da self-improvement ma senza il momento della verita', senza l'ingresso sul set. Un difficile rapporto con Archie, che usava il suo stesso corpo e tornava a reclamarlo nei periodi di crisi e disorientamento. Un difficile rapporto con Elsie, ricomparsa a sorpresa quindici anni prima.
Quanto a Betsy, lei era innamorata pazza, faceva del proprio meglio per tirarlo su, lo aveva ipnotizzato perche' smettesse di fumare, decisamente la miglior moglie che avesse avuto. Ma non bastava. Non bastava mai.
Dopo un anno e mezzo che gli era parso interminabile, affiorava cauto il desiderio di tornare a recitare, lanciare sguardi complici agli spettatori, poter di nuovo improvvisare quelle superbe battute. Ma il desiderio doveva combattere con gli effetti di una lunga depressione, con l'assenza di copioni interessanti e soprattutto con il disgusto di Archie per le scorribande di Joe McCarthy e dei suoi tirapiedi. Senso di colpa e d'imbarazzo per la propria indifferenza, per non aver protestato, difeso il mondo libero come quindici anni prima, contro i tedeschi.
Per Archie, gli americani erano ormai i tedeschi di se stessi. Chaplin in esilio. I migliori scrittori sulla lista nera.
Cary non era certo un radicale, figurarsi un comunista, ma come sopportare tutte quelle intrusioni nella privacy della gente, nelle loro idee politiche, "siete mai stato iscritto al tale partito, al tale sindacato, al tale circolo...?" Che gli era preso a tutti? Uno sapeva o non sapeva fare il proprio lavoro, era o non era un bravo sceneggiatore, o regista, o attore. Se le battute divertivano, se le scene d'amore appassionavano, se la storia aveva un capo e una coda, e possibilmente il primo davanti alla seconda, allora nient'altro contava.

Da almeno un anno, Archie era tornato a rimuginare su Frances Farmer, del cui destino riteneva colpevoli tutti quanti, anche Cary, e soprattutto Cliff.
Dopo qualche settimana, Frances era tornata a visitarli. Avevano con lei strazianti colloqui, dai quali uscivano devastati. No, non la Frances del '54, sfiancata dal manicomio. Era la Frances del '37, la nuova attrice bellissima e selvaggia, la ragazza che non credeva in Dio ed era stata in Russia.
- Sai, Cary, io non ti capisco. Tutto quello che fai, come ti muovi, come parli con quell'accento che non e' ne' inglese ne' americano... Lo vedo, lavori duro sul tuo personaggio... No, non il personaggio di questo film, parlo di un personaggio che interpreterai tutti i giorni per il resto della tua vita. Sento che ci sei quasi ma... e' una cosa che non mi convince, sai?
Parlava cosi' durante le pause caffe' di The Toast of New York, si rivolgeva a Cary ma parlava ad Archie, bozzolo pronto a schiudersi.
- Se lo aspettano anche da me, immagino, se lo aspetta mia madre, se lo aspetta Hollywood ma... Non ce la faccio. Perche' non essere semplicemente se stessi?
Povera ragazza di Seattle. L'avevano fatta a pezzettini, tutti insieme: i produttori, i politicanti, la polizia, la stampa scandalistica, gli strizzacervelli... e naturalmente Cliff. Il grande drammaturgo Clifford Odets, amicone di Cary, intellettuale del cazzo. L'aveva sedotta coi paroloni, le giuste cause (purche' lontane da casa e con McCarthy ancora da venire), il busto di Lenin sul comodino, citazioni da libri. L'aveva sedotta e scacciata, abbandonata alle vendette di Hollywood,
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