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Quello sguardo non gli concedeva piu' di un paio di minuti d'autonomia, per salutare tutti, e lui aveva intenzione di usarli fino all'ultimo secondo. Giro' attorno al bancone e attraverso' il locale lentamente, elegante e dinoccolato. Si fermo' al tavolo del tarocchino: - Ciao, Bottone, io vado. Non vincere troppo.
- Ciao, disgraziato.
Saluto' la Gaggia e Walteru'n, e attese lo sguardo di Garibaldi, come una benedizione prima di avviarsi all'arena.
Bortolotti, Melega e gli altri delle boccette si accontentarono di un cenno che li incluse tutti.
La faccia di Nicola ormai era paonazza, stava per scoppiare: era ora di levare le tende. Lo vide strofinare il bancone sempre piu' in fretta e decise che la provocazione poteva bastare.
- Andiamo!
Uscirono tutti e quattro in fila, tirati a lucido per la festa, pronti a qualsiasi impresa, come eroi che scendono nell'agone per far impallidire tutti.
Un attimo dopo si ritrovarono in sella, sulla strada, coi cappotti rimboccati sotto il sedere per non farli finire in mezzo alle ruote. Ognuno aveva un dettaglio di particolare eleganza: Brando il cappello, Gigi i guanti di pelle, Sticleina l'orologio del padre con la catenella e Pierre una sciarpa bianca di mohair.
Mazzoni Gigi pedalava in testa dritto e spavaldo, petto in fuori, la riga a destra, il mento quadrato. Di giorno faceva il metalmeccanico in fabbrica, sempre coperto di olio nero e con un odore di macchina che ti raggiungeva da lontano. Ma alla sera era un'altra persona: la destrezza nel ballo, le mosse sciolte e fulminee, gli avevano procurato il nome d'arte di "Umarein ed gamma", l'omino di gomma.
Dietro veniva Branca Giuseppe, barbiere, che quando era arrivato al cinema Il selvaggio tutti l'avevano soprannominato "Brando", per la somiglianza, appena accennata, con l'attore. Lui ovviamente ne andava fiero e da quel giorno il confidenziale "Pippo" era andato a farsi benedire, lasciando il posto a quell'altisonante "Brando", che faceva colpo sulle ragazze e guai a chiamarlo in un altro modo.
Subito davanti a Pierre pedalava Bianchi Aristide, il piu' timido, che per lui era Aramis. A tutte diceva che faceva l'infermiere, in realta' era ancora inserviente al Sant'Orsola. Secco secco, di rado toglieva le mani dalle tasche, pero' aveva una sua eleganza e mentre camminava per le strade del quartiere la sua sagoma era inconfondibile. Per questo lo chiamavano "Sticleina", stecchino.
Poi c'era lui, Capponi Piero detto "Robespierre". Suo padre Vittorio aveva dovuto chiamarlo Piero perche' durante il fascismo i nomi stranieri non erano ammessi. Ma fin da piccolo per tutti lui era stato Robespierre e quello era il suo vero nome, perche' i nomi veri sono quelli che ti scegli e che preferisci, non quelli che stanno sui documenti. Alla fine era diventato "Pierre", piu' semplice e con quel tocco esotico che piaceva. Aveva ventidue anni, otto meno di suo fratello, ma potevano essercene il doppio tra di loro, per quanto erano diversi.
Invece con Brando, Gigi e Sticleina era piu' di un'amicizia. Era un'alleanza negli intenti, rafforzata dalla consuetudine. Loro quattro erano una squadra, i migliori ballerini del quartiere, e far mangiare la polvere a tutti gli altri era quasi una missione, come combattere i soldati di Richelieu e fargli vedere che contro i filuzzi del bar Aurora non ce n'era per nessuno.
In quel momento, mentre filavano verso il Pratello, si sentivano invulnerabili e uniti. Proprio come i moschettieri.
Moschettieri comunisti, s'intende.

L'ingresso alla sala del Pratello costava trecento lire, ma Pierre e i suoi amici entravano gratis, perche' c'era gente che veniva apposta per vederli, quando si spargeva la voce di dove avrebbero ballato.
Con il Trio Bonora c'era una buona intesa. I musicisti sapevano quali erano i pezzi preferiti dai ballerini e glieli suonavano volentieri. Il primo era sempre una mazurka, non troppo veloce, per scaldarsi. Pierre attacco' in coppia con Brando, e a Sticleina tocco' volteggiare con Gigi.
La mazurka
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